In quest’ultimo periodo mi è capitato di rispondere a domande sulla comunicazione di Mario Monti. La mia posizione è questa: - mi sembra una discontinuità rispetto al passato prossimo - può risultare convincente, per stile e contenuti, nei confronti degli interlocutori internazionali - non è male in termini di comprensibilità. Gli argomenti sono complessi e, prima ancora che le decisioni, vanno spiegati i criteri e i motivi a partire dai quali le decisioni vengono prese. Spiegare, in tempi come questi, è necessario, anche a costo di apparire astratti o didattici - il tono sobrio è congruente con il ruolo, il contesto, il clima e le prospettive.
È, lo ripeto, un’opinione. Si può essere d’accordo o no. E non vorrei (vi prego!) riaprire qui, su NeU, un dibattito di dettaglio che alla fin fine lascia il tempo che trova. Vorrei, piuttosto, allargare la prospettiva. Vi ho fatto questa premessa solo per dirvi come mai mi sono presa la briga di frugare fra vecchie cassette, estraendone un reperto piuttosto interessante e mai diffuso, e chiedendo a un’amica (grazie a Didi Gnocchi) di riversarlo in formato digitale. È un lavoro del 1991 sulla comunicazione politica italiana: una cosa abbastanza pionieristica, su materiali oggi difficili da recuperare. Guardatelo. C’è un’ottima Lella Costa, un ranocchio di peluche e una galleria degli orrori che val la pena di rivedere o - per chi è più giovane - di scoprire, e una gran voglia di rendere trasparenti meccanismi di cui, ai tempi, pochissimo si parlava.
Ho la sensazione che, per osservare l’evolversi della comunicazione politica alla luce della sua maggiore o minore potenzialità creativa intesa in senso stretto (come capacità di esprimere un clima e di dar luogo a una visione condivisa del presente e di un futuro possibile, attorno alla quale creare comprensione e consenso) sia opportuno osservare non solo il presente, ma anche il passato. Dunque, provate a pensarci: che cos’è cambiato dagli anni Novanta, al Duemila, a oggi, e che cosa è rimasto, invece, immutato? Quali sono state e quali sono le prospettive, quanto ampie, quanto contemporanee? E in che modo la comunicazione dei leader finisce sempre, nel bene e nel male, non solo per orientare il paese, ma anche per esprimerne, di volta in volta, una delle molte anime?
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