teorie e pratiche della creatività

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CREATIVITÀ: TEMI E COMMENTI - 08 novembre 2010

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Creatività e dintorni: una selezione di testi online

Troppo protetti da piccoli, vulnerabili da grandi

Figli nella bambagia titola di recente il Corriere della Sera, riprendendo un caso apparso sul Guardian (genitori che mandano figli piccoli a scuola da soli in bici, suscitando la riprovazione di altri genitori). L’argomento, nei paesi anglosassoni, è ricorrente. Channel 4 gli dedica un documentario. E una ricerca australiana mostra che i genitori oggi tendono a essere iperprotettivi anche agli antipodi. Per sviluppare curiosità e spirito d’avventura, già nel 2007 due autori per ragazzi, Conn e Hal Iggunden, pubblicano The dangerous book for boys: un successone, presto seguito dal corrispondente (non tradotto nella nostra lingua) The daring book for girls.
E da noi? Nelle città, l’assenza di piste ciclabili evita il dilemma riguardante l’andare a scuola in bici e la sparizione dei cortili  cancella ogni opportunità di gioco all’aperto. Ma la bambagia è, prima ancora che fisica, mentale.
Vi ricordate i bamboccioni di Padoa Schioppa? Figli troppo accuditi da piccoli, troppo perdonati da adolescenti, che (è l’altra faccia della medaglia) passati i vent’anni vengono scaraventati in una realtà grama e incertissima, ad affrontare la quale sono del tutto impreparati. Sul tema, insieme al demografo Alessandro Rosina, ho scritto alcune note e un decalogo per i genitori (specie per quelli che hanno figli maschi). Credo che sia ancora attuale.

Commenti (39)

1Rurrina 08 novembre 2010
Rurrina



 

Avevo già letto il decalogo dell'educazione e devo dire che l'ho trovato molto attuale (ho un fratello minore maschio che non fa nulla in casa poichè, poverino, non è capace e non vi dico le lotte con maman).
Ogni mattina vedo ragazzine e ragazzini vestiti firmati da capo a piedi, impeccabili nei capelli e nel trucco: ma come fanno? Ma dove trovano il tempo? A queste domande forse la risposta ovvia è che hanno tempo poichè i genitori li portano a scuola in macchina (guai a usare i mezzi pubblici): magari un bel disincentivo in tal senso sarebbe utile (chiusura del traffico per le macchine che portano i figli al liceo).
L'iperprotettività forse nasce anche dalla mala informazione, in cui i genitori sono dei veri campioni. Il decalogo consiglia di invogliare alla lettura, ma se il papi legge solo Cavalli e Segugi o Tuttoperilcamper non da proprio il buon esempio (e ricordo che siamo la nazione con una percentuale di non lettori vicina credo al 53%).
Scusate il commento in stile sfogo ma sapere che il voto di questi fallomarmocchi conta quanto il mio mi manda in bestia.

2Utente Anonimo 08 novembre 2010
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W la coerenza sig.ra Testa!!! Tratta bene i giovani che lavorano per te...

3annamaria 08 novembre 2010
annamaria



 

@Anonimo: tutti i giovani che lavorano o hanno lavorato per me
a) hanno imparato delle cose e sono cresciuti
b) sono stati pagati ben al di sopra della media di mercato, anche se in periodo di stage.
Alcuni si sono dimostrati in gamba. Altri meno. Credo nella meritocrazia e non l'ho mai nascosto.

Fa parte del mio modo di essere il fatto di accettare tutti i contributi. Sarebbe però interessante che chi si prende la responsabilità di muovermi pubblicamente degli addebiti personali avesse il coraggio di firmarsi con nome e cognome.

4Utente Anonimo 08 novembre 2010
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Oggi come ieri è possibile trovare un equilibrio tra autonomia e controllo nell'educazione dei bambini, accompagnando con le dovute cautele ma senza demonizzare i potenziali pericoli.

Vincenzo

5Utente Anonimo 08 novembre 2010
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Maggiore libertà vuol dire avere maggiori responsabilità e maggiore senso del dovere, questi ragazzi hanno una sola scusante: hanno pochi esempi, gli adulti ed in particolare la classe dirigente e la classe politica italiana non brillano per queste doti. La strada del cambiamento per il nostro paese è MOLTO in salita. Complimenti ad annamaria per l\\\'iniziativa di questo sito che trovo veramente interessante, mi stupisce ed apprezzo molto anche il fatto che riesci a trovare il tempo per rispondere quasi in tempo reale ai commenti. Sto diffondendo questo sito fra le mie classi, insegno matematica.

6Utente Anonimo 08 novembre 2010
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Strano che proprio a lamentarsi di quanto gli uomini siano bambini irresponsabili, sono proprio le stesse donne che in questo momento stanno educando il 'prezioso' figlio maschio alle stesse regole che hanno subito dalle loro madri. E la vogliamo rompere sta catena.

7Utente Anonimo 08 novembre 2010
nuovo e utile



sono l'utente anonimo del commento n 5, mi scuso ma ho difficoltà a loggarmi.

8leorotundo 08 novembre 2010
leorotundo



  

sono leorotundo, commenti 5 e 7, spero adesso di riuscire a loggarmi.

9gabri 08 novembre 2010
Utente anonimo



E' un fenomeno poco studiato, tanto che non mi viene facile colpevolizzare i genitori. Per mia esperienza ho visto solo una madre educare all'autonomia i propri figli (due maschi). Ma era finlandese.

10annamaria 08 novembre 2010
annamaria



 

@ leorotundo : grazie! Spero che i tuoi studenti troveranno in NeU qualcosa di utile.

Credo che i modelli di ruolo siano fondamentali..
E certo: è un bel guaio se passa il messaggio che studiare non serve perché basta essere carini e farsi mantenere, poi, da un partner ricco. O che per diventare popolari è sufficiente una comparsata in uno spettacolo televisivo trash.
Non solo è una logica perversa, che esalta le scorciatoie opportunistiche e sbeffeggia l'impegno, la tenacia, la competenza e la pazienza. Ma è anche una logica fallimentare: nel senso che per una carina e disinvolta che (in quella logica lì) "ce la fa", o per uno spregiudicato e fortunato che (sempre in quella logica lì) si guadagna un successo effimero, ce ne sono mille che si ritrovano istantaneamente scaraventati ai margini, e senza essersi procurati gli strumenti per percorrere altre strade. Quelle in salita.

Credo però che anche per i ragazzi più avveduti, quelli che si preparano sul serio, il passaggio dal tepore dell'accudimento familiare al gelo della scarsità di occasioni e prospettive sia traumatico. E forse le temperature andrebbero bilanciate: un po' meno caldo a casa, un po' meno freddo fuori. Le due cose insieme, però: non una sola. E sapendo bene che un "fuori" tiepido come casa propria proprio non esiste. E che però non si può stare rintanati, né mentalmente né materialmente, tutta la vita.

Cerco di rispondere se posso (e se mi sembra di aver qualcosa da dire). Ma spesso mi precede qualche amico di NeU che dice quanto pensavo di dire come, o meglio, di quanto avrei fatto io :)

@ anonimo6: certo. E' una catena da rompere perché, quando c'è, imprigiona tutti, genitori e figli. Ma dubito che i padri se ne possano tirare fuori. A meno che non si voglia assegnare alle madri "anche" un compito educativo nei confronti dei padri. Un po' troppo, no?

11Laura Bonaguro 08 novembre 2010
Laura Bonaguro



Non suscito esattamente riprovazione quando racconto di mandare il mio undicenne a scuola da solo in bici - 2 km circa di strada - ma una sensazione leggera di madre incosciente si capta sempre.
Il decalogo - già adocchiato appena scoperto il sito - lo trovo attualissimo.
In qualità di mamma di due maschi mi infastidisce un po' il commento n°6 ma è realistico, i dati sulla "asimmetria di genere" preoccupanti. Come si rompe la catena? Occorre impegno e pratica continua, secondo me, non accontentandoci di condividere delle opinioni ma modificando (perlomeno tentando con onestà di modificare) in primis il nostro stile di vita. Con buon senso, per prove ed errori e rimanendo alla larga da modelli preconfezionati spesso presuntuosi di voler essere perfetti. Senza troppa rigidità, in somma, né troppa indulgenza...

12Riyueren 08 novembre 2010
Riyueren



Essendo mamma di un maschio...eccomi qua. Effettivamente, leggendo quel che si dice, comincio a pensare di aver messo al mondo una specie di alieno: mai voluto abiti griffati (beh, abbiamo dato il buon esempio) dalle medie in poi ha frequentato contemporaneamente anche il Conservatorio, maturità classica al D'Oria e laurea biennale in Conservatorio, sempre col massimo dei voti, ora lavora, anche se si fa letteralmente "il mazzo", come insegnante e accompagnatore al pianoforte...lavori precari, ovvio, ma almeno fa qualcosa che gli piace.Sa farsi anche da mangiare...legge molto...mai andato in discoteca, non beve, non fuma...a volte mi domando di cosa mi lamento, cioè, me lo domanda lui...in effetti,guardandomi attorno, mi sa che ha ragione (considerando anche che quando va in giro per Master class a volte mi porta con lui, come l'estate scorsa, 2 settimane a Parigi).Anche altri suoi amici sono così.

P.S. Peccato che quando mi sono registrata qui non ho potuto inserire, come categoria d'appartenenza, "mamma". Non era contemplato neppure "casalinga", così ho dovuto scrivere "altro". Forse bisogna essere creative anche nell'allevare i figli ^__^

13leorotundo 08 novembre 2010
leorotundo



  

A proposito dell'atteggiamento iperprotettivo nei confronti dei bambini che ostacola la curiosità mi sono ricordato di un'intervista al chimico premio Nobel George Porter comparsa nel numero di febbraio del 1998 di "Le Scienze": "Per diffondere la conoscenza, bisognerebbe incominciare a insegnarla ai bambini, a partire dai primi anni di scuola. E' davvero un peccato che non si vendano più nei negozi perché sono considerati pericolosi, giochi come "Il piccolo chimico", che aiutano a sviluppare la curiosità nei confronti di questa scienza come è capitato a me. Oggigiorno si proibisce tutto, non è vero? Ho paura che la prossima cosa a essere proibita, per motivi di sicurezza sarà l'acqua."

14Utente Anonimo 09 novembre 2010
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@Leorotundo: esiste ancora Il piccolo chimico! L'ho regalato l'anno scorso a una nipotina. Ed esistono un sacco di giochi scientifici fantastici che trovi in posti tipo "La città del sole" o "Natura è". Il piccolo "sito archeologico" da scavare con la picozzina, la mini-funivia a luce solare (da montare col papà) eccetera. I giochi ci sono: ma non sono quelli pubblicizzati su ItaliaUno, nè quelli che trovi nei centri commerciali. E d'altra parte, sono giochi che NECESSITANO di una partecipazione (attiva o anche a distanza, ma attenta) degli adulti: e pochi adulti hanno voglia di dedicare il loro prezioso tempo libero all'educazione dei figli.

Valeria

15annamaria 09 novembre 2010
annamaria



 

IL FIGLIO DI RIYUEREN E GLI ALTRI

In effetti uno guarda i comportamenti più diffusi, e si sconforta. Poi si imbatte delle, per fortuna numerose, eccezioni, e pensa che esistano altre possibilità. E torna a sperare.
Lo vedo in aula: ho di fronte campioni di ragazzi tutto sommato molto omogenei per età, aspirazioni, formazione. Eppure visibilmente, prepotentemente diversi nei tratti individuali: curiosità. Attenzione. Prospettive. Modo di mettersi in relazione. Energia. E sì, anche competenze linguistiche. Tutta roba che - credo - vien fuori da una cooperazione formativa tra scuola e famiglia.

Da madre di un figlio maschio adolescente mi faccio un sacco di domande. Trovo risposte parziali. Mi porto dietro alcuni principi di base solidi e irrinunciabili ma, per il resto, navigo a vista. Proprio come scrive Laura. Riaggiustando giorno per giorno le proporzioni di flessibilità e rigore, in un negoziato infinito. Credo che "mamma" sia qualcosa di più di una categoria: una condizione esistenziale.
E anche di aver esercitato qualche sorta di maternage diverse volte, e anche prima di diventare madre biologicamente. Alcuni - molti - ragazzi mi incantano: pensano e fanno cose meravigliose con una leggerezza sapiente che me li fa subito considerare pari, nonostante la differenza di età. Altri, lo ammetto, mi fanno arrabbiare, per una specie di cecità arrogante. Altri ancora mi intristiscono, divisi tra opportunismo e rinuncia. Insomma: mica facile prendere ogni volta le misure. Spesso difficile, e a volte impossibile sia capire che farsi capire.

Oltre al piccolo chimico: il libro di cui ho linkato il trailer è pieno di esperimenti "pericolosi". Ma anche cucinare insieme può funzionare. Senza contare che sapersi preparare qualcosa sui fornelli è una competenza che chiunque, maschi compresi, dovrebbe avere. E che, naturalmente, si estende al mettere poi le pentole al posto giusto nella lavastoviglie.

16Graziano 11 novembre 2010
Graziano



  

Essendo padre di due maschi... eccomi qua (scrivo anche anome di mia moglie...).
Effettivamente, leggendo quel che si dice, cominciamoo a pensare di aver messo al mondo due specie di alieni: hanno sempre voluto abiti griffati (eppure noi avevamo sempre dato il buon esempio), dalle medie in poi hanno frequentato contemporaneamente anche le peggiori compagnie, maturità classica al Carducci (e ti raccomando gli scioperi e le occupazioni) e laurea uno allo IULM (che gli fa schifo) e l'altro al Politecnico (vedi sopra), sempre con "quasi" il massimo dei voti; ora uno lavora, anche se si fa letteralmente "il mazzo", come giornalista (sempre meglio che lavorare, si diceva una volta...) l'altro non fa nemmeno lavoretti precari, (a meno che fare il tifoso del Milan non sia considerato un lavoro...), ma almeno fa qualcosa che gli piace (e molto, sembra!).
Naturalmente non sanno farsi nemmeno una piadina, leggono molto, questo sì (il secondo La Gazza, naturalmente), mai andati in discoteca, non fumano sigarette normali (il resto non so), in compenso bevono molto... a volte mi domando di cosa ci lamentiamo, cioè, ce lo domandano loro... in effetti, guardandoci attorno, mi sa che hanno ragione (considerando anche che quando vanno in giro per il mondo non ci portano mai con loro, anzi, nemmeno ci dicono dove vanno e con chi).
Fortunatamente, anche altri loro amici sono così (mal comune mezzo gaudio?

17wc 11 novembre 2010
wc



  

ANNI 70, CHE BOTTO, LA RIVINCITA

Riguardando il trailer ho rivisto la mia infanzia, tutto uguale ma senza babbo alle costole, non ne avevamo bisogno e loro (i babbi) mai si sarebbero lontanamente sognati di giocare con noi.
A differenza del trailer, a noi venivano le croste sui ginocchi cadendo dai carretti sull'asfalto, spesso passavamo dal pronto soccorso per farci rappezzare ferite varie, i bernoccoli in testa erano un accessorio indispensabile, e i nostri scherzi agli adulti erano molto, ma molto più crudeli.

Alla libreria al momento di pagare il costo esoso dei libri scolastici, il commesso ha detto ad un padre filippino che acquistava i libri per il figlio "Una bella botta, eh?" e il padre ha risposto indicando il figlio "le botte le prende lui se non studia!"

Darwin sosteneva che non è il più forte ad avere più possibilità di riuscita, ma il più adatto al cambiamento in corso. E' probabile che i nostri ragazzi cerchino nel galleggiamento una forma di adattamento alla società in cui sono malgrado loro immersi, altri ragazzi in altri mondi lottano non per galleggiare ma per sopravvivere e vincere una vita migliore, con determinazione e resistenza da noi impensabili.
Un domani potrebbe esserci un emigrazione rovesciata, dove giovani italiani vanno a fare i badanti a ricchi e capricciosi signori indiani o cinesi.

walter

18annamaria 11 novembre 2010
annamaria



 

LA VERTIGINE DI REMO LUCCHI E LA VISIONE DI WALTER

Oggi è venuto in aula Remo Lucchi, AD della società di ricerche Eurisko. Quattro vertiginose ore di lezione sul presente e il futuro della nostra società, costruite sulla premessa che oggi il cambiamento è così veloce da rendere immediatamente inadeguati perfino gli strumenti che abbiamo per interpretarlo.
La radice del cambiamento è una discontinuità epocale: l'accesso all'istruzione di amplissime e crescenti fasce di popolazione.
Ma più istruzione significa che molte più persone hanno molti più strumenti per pensare e decidere con la propria testa: le società diventano molto più disomogenee. Frammentate. Le identità si moltiplicano. La relazione verticale tra istituzioni che orientano e stabiliscono (la chiesa, i partiti, lo stato, le imprese...) e popolazioni che si adeguano, accettano, eseguono e si conformano entra in crisi.
Le persone, man mano che si appropriano di strumenti culturali, pretendono relazioni alla pari, di cui essere co-protagoniste.
Ora siamo esattamente a metà del cambiamento. Un 30% di giovani adulti con istruzione superiore. In due-tre decenni saranno il 70%. E intanto voleranno fuori dalle mappe dei sociologi delle belle fette di persone anziane con scolarità elementare o nulla. Niente sarà più come prima.

E' un cambio di paradigma, come direbbe Thomas Kuhn. Una discontinuità drammatica ed epocale, le cui conseguenze, intrecciandosi con altri rapidissimi cambiamenti in corso, sono ad oggi difficilmente prevedibili.

Il giovane filippino di cui parla Walter, quello che prende botte se non studia, sarà di sicuro in quel 70% di giovani adulti acculturati. E sarà determinato e resistente. Saranno in quel 70% molte, moltissime donne. Già oggi, nel 2010, il 60% dei laureati è donna. E la presenza femminile nel segmento che Eurisko identifica come "delfini", quello delle classi dirigenti del futuro prossimo, è già oggi ampiamente superiore a quella maschile.

In questa logica, la sintetica e potente visione di Walter, "giovani italiani che vanno a fare i badanti a ricchi e capricciosi signori indiani o cinesi", è meno paradossale di quanto sembra.

Ma le società, per svilupparsi e vivere in modo armonioso, hanno bisogno di equilibrio. Il bruschissimo (pochi decenni contro millenni) ribaltamento nella distribuzione di conoscenze - e poi, fatalmente, di potere - tra i generi rischia di avere conseguenze - credo - drammatiche.
E no, sono abbastanza certa che non sto esagerando.

Incitare i figli maschi a mettersi alla pari, e a mettersi in gioco alla pari, abbandonando da subito ogni illusione di superiorità, ogni presunzione di valore connesso al genere, aiuterà a crescere meglio non solo loro, ma anche la nostra società.
Certo che il clima, e le news di quest'ultimo periodo, aiutano assai poco.

P.S: Ne Le visioni dei saggi NeU ospita
uno scritto di Remo Lucchi.

19gabri 12 novembre 2010
Utente anonimo



Lo dico sempre che ci è capitato lo scorcio di secolo migliore. Vi ricordate? Giovani, abbiamo contato. Belle parole, Annamaria. Ma...il genio è saggezza e gioventù, è stato detto. E i giovani, grazie a Dio, sono imprevedibili.

20eli 12 novembre 2010
eli



Ieri ho scritto un post, ma non mi sembrava il caso di pubblicarlo: poteva risultare fuori tema o fuori luogo. Le riflessioni di Anna Maria mi hanno dato il coraggio di scriverlo:

11/11/2010: è nata Morgana Kg.2,800, bambina Rom.
Morgana “è” il territorio che cambia, la mia microsocietà in cammino.
Quali le responsabilità nei confronti di Morgana e del territorio?
Quali le connessioni con le ideologie educative interne al mio microcosmo familiare?
(e non solo)
elisabetta

21Utente Anonimo 12 novembre 2010
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Il decalogo è ficherrimo
Ma secondo me c'è un punto mancante perchè dici: non pretendere dal figlio maschio meno di quanto pretenderesti dalla figlia femmina. Il che in questioni tipo aiutare a casa, essere educati etc è cosa buona egiusta da sottolineare.
Ma mi è capitato un sacco di volte parlando con madri di donne che hanno finito presto di studiare sentir loro dire. "La scuola era lontana e lei non era una tipa da studio, sai si stancava tanto". Indi la ragazza interrompeva. Ce ne è a mazzi con questa storia. (Un esempio eclatante: mia cognata fa la commessa, mio marito - suo fratello - è ricercatore universitario).

Besos!
Zauberei che prima o poi si registrerà

(ps. ma sto blog qui bellissimo - perchè è impaginato in questo modo che uno legge solo il post ultimo e gli altri nein? )

22gabri 12 novembre 2010
Utente anonimo



@Zauberei
Nel passato ce n'è a mazzi davvero di storie così. A mia madre, ultima di 4 figli e brava a scuola, mia nonna fece interrompere gli studi perché non doveva essere più colta dei fratelli-una specie di parità entro mura domestiche. Mia madre lo ha ricordato sempre con dolore, e alle figlie femmine ha tolto di mano i lavori domestici, esortandole invece a studiare e a leggere ( è il motivo per cui non so tirare la sfoglia).
Ma ora le cose sono cambiate: ne parla Annamaria nel post n. 18.

23Utente Anonimo 13 novembre 2010
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Arrivo tardi in questa discussione interessantissima e molte cose che penso sono state già dette: condivido lo sdegno di Rurrina, la critica ai genitori (se le madri sono "responsabili" di ciò, i padri sono sicuramente "conniventi") che sono specchio di una società decisamente arretrata socialmente, culturalmente, politicamente, economicamente ecc. ecc. Trovo illuminante la chiusa del commento di Walter, che ci dice tutto di come gli italiani usciranno dal confronto con altre realtà estere, pregudizialmente considerate "inferiori" (scusate il termine, e l'abbondanza di virgolette) ma probabilmente più preparate ad affrontare le difficoltà (confronto perdente già adesso) . E anche l'ironia di Graziano lascia trapelare il disorientamento condiviso di molti genitori (tra i quali mi metto anch'io...).
Quello che posso aggiungere è una sorta di sillogismo, che, per sintesi, forse sarà riduttivo, ma attraverso il quale provo a darmi una spiegazione dello status quo.
I nostri figli ( e forse anche i loro genitori) non sono educati all'autonomia.
La discriminazione culturale di cui sono oggetto i due generi è penalizzante per entrambi: i maschi saranno quindi portati ad essere bamboccioni a vita e le femmine invece sono caricate già da piccole di una responsabilità verso il lavoro familiare che pagheranno cara in termini di realizzazione professionale e personale ( e quindi anche in termini di indipendenza e di auostima).
Di conseguenza, la società italiana sarà sempre strutturata in maniera impari e sempre carente di presenze femminili nei vari campi, a causa della mancanza di infrastrutture e politiche adeguate che sopperiscano al lavoro - muto e nero - che da sempre le donne svolgono per allevare i figli, prendersi cura di casa e famiglia e curare anziani e malati.
Una società in involuzione, insomma, per la cui inversione di rotta non so se sarà sufficiente affidarci alle percentuali di laureati e alla preponderanza tra essi di donne (soprattutto se esse anche da laureate saranno costrette a ruoli sempre riduttivi e qualche volta mortificanti).
Eleonora
p.s. per Laura, anch'io come madre di maschio, vengo guardata come l'anticristo, però pensavo che ciò dipendesse dal fatto che vivo nella provincia del sud ;)

24wc 14 novembre 2010
wc



  

AUTOBIOGRAFIA DI UN FALLIMENTO

Ultimo quinto figlio, per giunta gemello, di due genitori già in là con gli anni, cresciuto cercando di scansare le liti tra i fratelli più grandi (+10-13-15 anni) e i genitori ex contadini semianalfabeti che, lavorando più di 16 ore al giorno, hanno sempre cercato di fare del loro meglio.
La mamma, sarta casalinga e domestica a ore, per cultura e senso di ospitalità ha sempre provveduto a tutto, cibo, vestiti, conforto.

Le sorelle femmine aiutavano, i due maschi più grandi non proprio, anche se la mamma non ha mai chiesto niente, n'è a me n'è a loro.

Ma da quando, ancora piccolo, ho realizzato che lei continuava a spignattare fino a tardi per pulire e predisporre tutto per tutti, non l'ho più tollerato, e ho cercato come ho potuto di aiutarla almeno nelle piccole cose, apparecchiare, sparecchiare, spazzare, sistemare, rigovernare, ecc.

Lei mi diceva che non importava, ma nei sui occhi ho sempre pensato di scorgere un senso di sollievo e complicità.

Adesso siamo io e mia moglie a sgobbare 16 ore al giorno, riusciamo a leggere mezza pagina prima che gli occhi si chiudano dal sonno nel letto, ai nostri due figli, femmina e maschio, cerchiamo di chiedere un aiuto, poche cose, pensare all'allestimento della tavola, sistemare le loro cose e altre cose così.
Sappiamo che se lo facessimo noi faremmo prima e meglio, ma ci ostiniamo a ordinarglielo giorno dopo giorno, ma i due mocciosi cercano sempre di svirgolare.

Rimarrà qualcosa? Riusciranno a diventare indipendenti e autonomi? Ci sarà l'à fuori uno spazio apero anche per loro?

walter

25gabri 14 novembre 2010
Utente anonimo



Caro Walter, non basterebbe essere ricordati come noi ricordiamo le nostre madri, con ammirazione e affetto? Loro sicuramente ce l'hanno fatta.

26Utente Anonimo 21 novembre 2010
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Alle femminucce, invece, dovrebbe essere insegnato che i tempi della "cavalleria maschile" sono terminati per sempre.
Perciò niente più cavalieri serventi, niente più stupidi corteggiamenti, niente più cene pagate, niente più mantenimenti, niente di niente.
Non solo: alle femmine dovrà essere sempre ricordato che a svolgere i mestieri più pericolosi, nocivi e pesanti sono gli uomini e non le donne.
Non a caso in Italia, così come negli USA e in tanti altri Paesi, gli uomini sono circa il 98% dei morti sul posto di lavoro.
Per esempio: chi è che costruisce le case, i palazzi, dove vivono anche le donne? Chi è che costruisce le strade, i ponti, le gallerie, etc., dove viaggiano pure le donne a bordo di auto, autobus* e quant'altro (*invenzioni maschil).? (**)
Insomma, tutti "piccoli particolari" riguardo ai quali le femminucce, nonché i cagnolini maschi al loro seguito, glissano regolarmente...

Saluti.

misterxy

(**) Anche internet e il pc, ovvero gli strumenti attraverso i quali le femmine diffamano quotidianamente TUTTI gli uomini, sono stati pensati e creati da menti maschili.

27Utente Anonimo 21 novembre 2010
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>>>>>>
I nostri figli ( e forse anche i loro genitori) non sono educati all'autonomia.
La discriminazione culturale di cui sono oggetto i due generi è penalizzante per entrambi: i maschi saranno quindi portati ad essere bamboccioni a vita e le femmine invece sono caricate già da piccole di una responsabilità verso il lavoro familiare che pagheranno cara in termini di realizzazione professionale e personale ( e quindi anche in termini di indipendenza e di auostima).
>>>>>>>

Eccola qua!, la solita lagna, la solita ridicola lamentela femminile!
Innanzitutto una domanda: ma perché voi donne continuate a relazionarvi con gli uomini? E, soprattutto, perché seguitate a mettere al mondo dei figli maschi? Perché, in sostanza, "permettete" il propagarsi di quei cromosomi XY che tanto disprezzate...? Un consiglio: smettete di frequentare gli uomini; create una società di sole femmine lesbiche e riproducetevi fra di voi.
Amen!

Detto questo, ti rammento che stai descrivendo una realtà che non esiste più da un pezzo, in primis perché quella italiana è una società vecchia e in via di estinzione, che un giorno non molto lontano sarà fagocitata da cinesi, rumeni ed extracomunitari vari; in secundis perché le odierne generazioni femminili non si ammazzano certamente di fatica in casa. Basti dire che le suddette è già tanto che sappiano cucinare un piatto di spaghetti, per non parlare del fatto che tali "entità superiori" non sono certamente le "schiave" degli "sporchi, brutti, cattivi e oppressori" uomini italici.

Di più: ti rammento che quella italiana è la società mammista per eccellenza, perciò le PRINCIPALI RESPONSABILI di un certo stato di cose sono proprio coloro che in casa, a scuola, nel sesso, nelle relazioi, affettive detengono il potere: ossia le donne. Donne che in Occidente - e non solo in Italia - detengono altresì il potere morale e pertanto sono capaci di condizionare il sentimento collettivo; ergo le decisioni dei governi "maschilisti". (??!?)
Compris?

28Utente Anonimo 21 novembre 2010
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edit:
"nelle relazioni affettive"

29Utente Anonimo 21 novembre 2010
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Tratto da: IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.

Come uomini abilissimi liberarono le donne, dimenticando di liberare se stessi

Abigail, una tipica donna della fine dell'Ottocento, ebbe otto figli. Due volte rischiò di morire di parto. Quando l'ultimo dei suoi figli se ne andò di casa, lei era già morta.
Cindy, una tipica donna degli Anni Novanta, rimase nubile fino a 25 anni. Dopo il matrimonio, ebbe due figli. Quando l'ultimo se ne andò di casa, le rimaneva ancora da vivere un quarto di secolo.
Abigail non sentì mai parlare del frigorifero. Cindy poteva tirarne fuori un pasto completo. L'intera giornata di Abigail era occupata dalla spesa e dalla preparazione del cibo per la sua famiglia di dieci persone. Cindy spesso comprava pietanze già pronte, le metteva nel forno a microonde e venti minuti dopo stava già pranzando. (Spesso scherzava: «Io non preparo la cena: me la mangio».) C'erano sere in cui lei e suo marito Jeremy portavano i ragazzi da McDonald's, o si facevano portare a casa la pizza, oppure Jeremy preparava un bel barbecue o «il piatto preferito di Cindy - su richiesta». Comunque, sia Cindy sia Jeremy dovettero affrontare problemi che non sfiorarono mai Abigail (per esempio, fare l'autista, mantenere i figli all'università).
Abigail andava a fare la spesa sul carretto o a piedi. Cindy o Jeremy andavano a fare la spesa in macchina, o la ordinavano per telefono. Abigail trovava i negozi aperti dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, e se dimenticava qualcosa non c'era modo di rimediare. Cindy o Jeremy trovano dei negozi aperti 24 ore su 24.
Abigail doveva lavare i piatti dopo ogni pasto. Cindy metteva i piatti nella lavastoviglie, e a volte neppure li toccava, perché se ne occupavano Jeremy o il figlio maggiore» Per lavare i panni Abigail doveva pompare l'acqua, accendere il fuoco per scaldarla e poi usare le mani per strofinare gli indumenti. Se pioveva o nevicava, appendeva i panni in tutti gli angoli della casa. Cindy sceglieva il lavaggio adatto e metteva in moto la lavatrice. E spesso non toccava neppure i panni, perché a riempire la lavatrice ci pensavano Jeremy o il figlio maggiore.
Abigail cuciva con le mani callose in una casa fredda, a lume di candela. Cindy e Jeremy acquistavano dallo stockista abiti perfetti. Abigail impiegava due giorni per cucire una camicia per il figlio. A Cindy o Jeremy bastavano venti minuti per scegliere le camicie per i due figli.
Su Abigail si riversavano le necessità di otto figli. Cindy aveva due figli le cui necessità si riversavano in parte sulla televisione. E Cindy aveva un'altra cosa ancora: un marito che sapeva come essere amorevole e come mantenere la disciplina.
Nel 1990 Cindy si poteva ancora permettere di scegliere di fare il pane in casa o cucire una camicia a mano - ma era una scelta e non un obbligo. Capitava di tanto in tanto, non giorno dopo giorno; faceva parte della sua vita adulta ma non costituiva il 100 per cento della sua vita adulta.
Cindy subiva pressioni che non avevano mai sfiorato Abigail? Sicuramente. Ma le nuove pressioni raramente si aggiungevano: semplicemente sostituivano un antico fardello. Se si aggiungessero, la vita media delle donne non sarebbe aumentata di quasi il 50 per cento dal 1920 ai giorni nostri.
Ma allora perché la speranza di vita alla nascita era di un anno di meno per gli uomini nel 1920 e di sette anni di meno rispetto alle donne attualmente? Perché le prestazioni degli uomini - inventare, produrre, vendere, distribuire - hanno salvato le donne, mentre nessuno ha salvato gli uomini dalla pressione del dover fare. Da macchina per fare figli, macchina per preparare da mangiare, macchina per le pulizie, lei è diventata una persona che ha tempo per l'amore. Da macchina per prestazioni varie nei pressi di casa lui è diventato una macchina per prestazioni varie lontano da casa. E con meno tempo per l'amore.
Gli uomini sono riusciti a creare case e giardini più belli per le mogli invece che miniere di carbone e cantieri edili più sicuri per se stessi. Ben pochi hanno rilevato il fatto che solamente degli uomini sono morti a migliaia costruendo attraverso le montagne strade per le automobili e ferrovie per i treni che permettevano al resto della civiltà di essere servito al vagone-ristorante.
La lontananza del posto di lavoro separava l'uomo dalle persone amate, togliendo alla sua vita significato... e creando ogni giorno piccoli lutti. E se riusciva a fare tutto, diventava una macchina; se falliva, si sentiva umiliato e sminuito. In ogni modo, più aveva attenzioni e riguardi per la donna e più si abbreviava la vita. E alla moglie e ai figli lasciava, perché lo spendessero, quanto aveva guadagnato. Così gli uomini di successo liberarono le donne, ma dimenticarono dì liberare se stessi.
Nonostante tutto le femministe etichettarono la «tecnologia maschile» - e in particolare «la tecnologia maschile medica» -come uno strumento del patriarcato inteso a opprimere le donne. E il passaggio alla II Fase fu perciò caratterizzato dalla critica rivolta agli uomini per avere distrutto l'ambiente costruendo per esempio una diga, dimenticando di riconoscere agli uomini il merito di aver prodotto elettricità costruendo quella diga, e di chiedere alle donne di assumersi la responsabilità della crescente domanda di elettricità che a sua volta richiedeva la costruzione di altre dighe.
Quanto alla tecnologia medica maschile, fu probabilmente il fattore che allungò la vita media delle donne. Evitò che le donne morissero di parto e scoprì vaccini per quasi tutte le malattie contagiose (poliomielite, difterite, febbre tifoidea, morbillo, scarlattina, varicella, peste bubbonica, tubercolosi).
In tempo di guerra, diversi farmaci sperimentali furono spesso testati sugli uomini. Se il farmaco non funzionava, l'uomo moriva. Ma se il farmaco dava buoni risultati, allora veniva usato per salvare sia le donne sia gli uomini. E sempre gli uomini furono usati come cavie per migliorare le procedure d'emergenza, i forni a microonde (inavvertitamente un uomo venne «cotto» durante le prove), e altri ritrovati utili a entrambi i sessi.
In seguito fu etichettato come sessismo il fatto che i medici studiassero più gli uomini che le donne. Nessuno definì sessismo il fatto che gli uomini più delle donne fossero usati come cavie.
Secondo le femministe, il patriarcato e la tecnologia maschile cospiravano per limitare la libertà di generare «il diritto di scegliere» da parte delle donne. Per la verità, la tecnologia maschile ha creato «il diritto di scegliere» delle donne: ha permesso il controllo delle nascite. E l'aborto sicuro. La tecnologia maschile per il controllo delle nascite ha contribuito più di qualsiasi altra cosa a ridurre il carico di lavoro delle donne, a rendere il sesso non univoco ma pluridirezionale. Soprattutto, la tecnologia fece sì che il ruolo maschile proteggesse le donne più di quanto il ruolo femminile proteggesse gli uomini. Per ironia della sorte, alcune femministe che tanto si lamentavano della tecnologia maschile sarebbero morte di parto o di aborto se quella tecnologia non ci fosse stata.
La tecnologia maschile non creò invece per gli uomini l'equivalente diritto alla scelta. Pertanto, ogni volta che un uomo faceva del sesso con una donna che sosteneva di far uso di metodi contraccettivi, a lui non restava che fidarsi. In caso contrario, poteva accadere che si ritrovasse a dover mantenere un figlio fino ai diciotto anni. Se un uomo usava il preservativo ma in seguito la donna affermava di essere comunque rimasta incinta, la donna non sposata della II Fase aveva il diritto sia di informare l'uomo sia di non farlo; di abortire senza consultarlo o di chiedere segretamente che il bimbo venisse adottato; di allevarlo lei e di far pagare al maschio i conti; oppure addirittura di crescerlo da sola per dieci anni senza neppure informarne il padre e poi citarlo in giudizio perché provvedesse al mantenimento, anche per gli anni passati. E tutto ciò è legale.
Ogni donna sa benissimo che se esistessero soltanto per il maschio mezzi di contraccezione, avrebbe la sensazione di non controllare la situazione, di essere alla mercè dell'altro. Quando «fidati» è detto da un uomo, fa soltanto ridere, ma quando si tratta di una donna, è legge. Il controllo delle nascite ha dato alla donna il diritto di scegliere e all'uomo non resta altro che fidarsi. Al giorno d'oggi, quando un uomo introduce il pene nel corpo di una donna, contemporaneamente mette la sua vita nelle mani di quella donna.
In breve, la tecnologia maschile e le leggi maschili hanno liberato la donna dalla biologia femminile come destino femminile e creato la biologia femminile come destino maschile.

30Utente Anonimo 21 novembre 2010
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IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.

Le «celle di vetro» del sesso a completa disposizione

4 Le professioni mortali: «Il corpo è mio, ma non lo gestisco io»
Gli uomini non sono esseri viventi ma esseri facenti.
Sentiamo ripetere spesso che le donne sono relegate a fare lavori malpagati, senza sbocco, in ambienti di lavoro miserabili come le fabbriche. Ma allorché The Jobs Related Almanac classificò 250 mestieri, dal migliore al peggiore, basandosi su una combinazione di fattori come stipendio, stress, ambiente di lavoro, prospettive, sicurezza e fatica fisica, si rilevò che 24 dei 25 mestieri peggiori erano svolti quasi esclusivamente da maschi. Qualche esempio: camionisti, lattonieri, conciatetti, costruttori di caldaie, boscaioli, carpentieri, muratori o capisquadra, operatori di macchinari per l’edilizia, giocatori di calcio, saldatori, costruttori di mulini, metallurgici. Questi «mestieri peggiori» hanno tutti un elemento in comune: dal 95 al 100 per cento toccano agli uomini.
Ogni giorno muoiono sul lavoro tanti uomini quanti mediamente ne morivano in Vietnam in una giornata. In sostanza, gli uomini sono chiamati tre volte alla leva: per tutte le guerre, come guardia del corpo gratuita e per tutti i mestieri pericolosi, o «professioni mortali». Gli uomini si sentono sempre psicologicamente richiamati.
Come le donne forniscono l’utero per creare i bambini, spesso gli uomini forniscono il grembo finanziario per mantenere i bambini. Molti sono spinti a scegliere professioni mortali proprio per fornire questo grembo finanziario. Il motto non detto delle professioni mortali è: Il corpo è mio, ma non lo gestisco io.

Le professioni mortali: la più grande «cella di vetro» degli uomini
«Nel 94 per cento degli incidenti mortali sul lavoro sono coinvolti gli uomini.»
«Negli Stati Uniti il tasso di mortalità maschile sul lavoro è dalle tre alle quattro volte superiore a quello del Giappone. Se negli USA il tasso fosse quello giapponese, salveremmo ogni anno la vita di circa 6000 uomini e 400 donne.»
«Negli Stati Uniti c’è un solo ispettore che controlla la sicurezza delle condizioni di lavoro per ogni sei addetti al controllo della pesca e della caccia.»
«Negli Stati Uniti la sicurezza sul lavoro non è ancora uno dei corsi richiesti per conseguire un master in economia.»
«Nel corso di ogni ora lavorativa, un operaio edile perde la vita negli Stati Uniti.»
«Più un mestiere è pericoloso più è massiccia la presenza di uomini. Alcuni esempi:
Occupazioni pericolose
Pompieri 99% maschi
Taglialegna 98% maschi
Camionisti 98% maschi
Operai edili 98% maschi
Minatori 97% maschi
Occupazioni sicure
Segretari 99% femmine
Receptionist 97% femmine
Uno dei motivi per cui i mestieri svolti dagli uomini sono meglio pagati, è che sono anche più pericolosi. Il supplemento di paga potrebbe essere definito «indennità per la professione mortale». E, nell’ambito di una data professione mortale, quanto più
un incarico è pericoloso tanto più probabilmente sarà affidato a un uomo.
Entrambi i sessi contribuiscono a creare quelle invisibili barriere che poi tutti e due sperimentano. Esattamente come il «soffitto di vetro» descrive l’invisibile barriera che tiene le donne lontane dai mestieri meglio pagati, così la «cella dì vetro» descrive l’invisibile barriera che costringe gli uomini ai mestieri più pericolosi.
Il popolo delle celle di vetro sta attorno a noi. Ma poiché sono i nostri uomini di seconda scelta, li rendiamo invisibili. (Quante volte abbiamo sentito dire a una donna: «Ho conosciuto un dottore…» ma mai: «Ho conosciuto uno spazzino…»)

31Utente Anonimo 21 novembre 2010
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IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.
Potere netto
«L’U.S. Census Bureau rileva che le donne capifamiglia hanno un’entrata netta che è il 141 per cento di quella degli uomini capifamiglia.»
(Il valore delle statistiche sul netto è che ci consentono di valutare che cosa a lui e a lei resta una volta adempiuti i rispettivi obblighi finanziari. Il netto medio delle donne è di 13.885 dollari, quello degli uomini di 9883 dollari. Ciò accade perché, sebbene i capifamiglia maschi abbiano entrate lorde più elevate, hanno anche obblighi economici molto più pesanti. È più probabile che siano loro a mantenere la moglie, o la ex moglie, e non le mogli a mantenere loro, e pertanto con le entrate devono provvedere a sé, alla moglie e ai figli - non solamente al cibo e alla casa, ma anche all’istruzione, le assicurazioni e le vacanze. Il divorzio spesso significa che la donna ottiene la casa, che l’uomo paga, e anche la custodia dei figli, che l’uomo mantiene. L’obbligo per la donna di passare più tempo con i figli fa sì che guadagni meno, mentre l’uomo guadagna di più ma spende anche di più.)
«In quell’1,6 per cento di persone ricchissime che fanno parte della popolazione americana (quelle con disponibilità di 500.000 dollari e oltre), il patrimonio netto delle donne è superiore a quello degli uomini.»
Com’è possibile che tante delle persone più ricche siano donne, se poi le donne non occupano nessun posto chiave nelle società? In parte perché scelgono gli uomini che quei posti occupano, e a loro sopravvivono. E in parte perché possono spendere di più e hanno meno obblighi finanziari…
Il potere di spendere
Uno studio sui grandi centri di vendita (compresi i negozi di abbigliamento maschile e di articoli sportivi) ha rilevato che lo spazio riservato agli articoli femminili è in genere sette volte superiore a quello riservato agli uomini. Entrambi i sessi comprano di più per le donne. La chiave della ricchezza non è quanto si guadagna, ma piuttosto quanto si spende per sé, a propria discrezione - o quanto viene speso per noi, su nostro suggerimento.
Nell’insieme, le donne controllano i consumi con ampio margine e quasi in ogni settore. Con il potere di spendere arrivano altre forme di potere. Il controllo sulla spesa da parte delle donne dà loro il controllo sui programmi televisivi, perché la TV dipende dagli sponsor. Quando a ciò si aggiunge il fatto che le donne guardano di più la TV in tutti i momenti liberi, è chiaro che gli spettacoli non possono permettersi di mordere la mano che li nutre. Le donne sono per la televisione quello che i boss sono per i dipendenti. Il risultato? La metà dei 250 film girati per la televisione nel 1991 mostrava le donne come vittime - sottoposte a «una qualche forma di maltrattamento fisico o psicologico».
Il «gap negli oneri finanziari»
Al ristorante, gli uomini pagano per le donne all’incirca dieci volte più spesso di quanto non tocchi alle donne, e più il ristorante è costoso più di frequente è l’uomo a pagare. Capita spesso che una donna dica: «In fondo, gli uomini guadagnano di più». Ma quando due donne vanno insieme al ristorante, nessuna delle due dà per scontato che sarà quella che guadagna di più a pagare il conto. L’aspettativa che gli uomini spendano di più per le donne crea il «gap negli oneri finanziari».
Ho avuto una prima avvisaglia di questo gap ripensando al mio primo appuntamento. Quando ero un teenager, mi piaceva fare il baby-sitter. (Amavo davvero i bambini, e inoltre era l’unico modo per essere pagato per svuotare il frigorifero!) Ma poi arrivò l’età dei primi appuntamenti. Purtroppo, come baby-sitter mi pagavano solamente 50 cent l’ora. Per tagliare l’erba, invece, si guadagnavano 2 dollari l’ora, ma io detestavo tagliare l’erba. (Vivevo nel New Jersey, dove le cimici, l’umidità e il sole di mezzogiorno rendevano quest’operazione decisamente molto meno gradevole della razzia di un frigorifero.) Ma non appena passai ai primi appuntamenti, cominciai anche a dedicarmi al taglio dell’erba.
Per i ragazzi, tagliare l’erba è una metafora del fatto che dobbiamo imparare presto a fare i lavori che ci piacciono meno solo perché rendono di più. Negli anni del ginnasio, i ragazzi cominciano a reprimere l’interesse per le lingue straniere, per la letteratura, la storia dell’arte, la sociologia e l’antropologia perché sanno che un laureato in storia dell’arte guadagna meno di un ingegnere. In parte a causa della prospettiva di futuri obblighi finanziari (con buone probabilità dovrà mantenere una donna, mentre non può aspettarsi di essere mantenuto da una donna), negli Stati Uniti 1′85 per cento degli studenti che frequentano la facoltà di ingegneria è costituito da maschi; oltre l’80 per cento degli studenti della facoltà di storia dell’arte sono invece femmine.
La differenza di stipendio tra una insegnante di storia dell’arte femmina e un ingegnere maschio sembra una forma di discriminazione, mentre in realtà entrambi i sessi sanno già in anticipo che una laurea in ingegneria rende di più. In effetti, la donna ingegnere che comincia a lavorare senza avere alcuna esperienza, guadagna mediamente 571 dollari all’anno in più della controparte maschile.
In breve, gli impegni finanziari che inducono un uomo a scegliere una carriera che gli piace di meno ma rende di più sono un segno di impotenza e non di potere. Ma quando s’impegna in quel lavoro, spesso le donne danno per scontato che pagherà lui perché «dopo tutto, guadagna di più». Pertanto, le aspettative di entrambi i sessi rafforzano la sua impotenza.

32Utente Anonimo 21 novembre 2010
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IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.

Il potere della vita
«Negli Stati Uniti, nel 1920, le donne vivevano un anno più degli uomini. Attualmente le donne vivono sette anni di più. Il gap nella speranza di vita tra uomini e donne è aumentato del 600 per cento.»
Riconosciamo che il fenomeno dei neri che muoiono sei anni prima dei bianchi riflette l’impotenza dei neri nella società americana. Ma il fatto che gli uomini muoiano sette anni prima delle donne raramente viene considerato un riflesso dell’impotenza degli uomini nella società americana.
E biologico quel gap di sette anni? Se così fosse, non sarebbe stato di un anno soltanto nel 1920.
Se fossero gli uomini a vivere sette anni di più, le femministe ci avrebbero aiutato a capire che la speranza di vita è il metro migliore per misurare il potere. E avrebbero perfettamente ragione. Potere è capacità di controllare la propria vita. La morte tende a ridurre il controllo. La speranza di vita è la linea di demarcazione - il rapporto tra gli stress e le gratificazioni.
Se potere significa avere il controllo della propria vita, allora, forse, per valutare l’impatto dei ruoli sessuali e del razzismo sul potere sulle nostre vite non esiste metro migliore che la speranza di vita. Ecco il quadro della situazione:

Speranza di vita alla nascita come indice per stabilire chi ha il potere
Donne (bianche) 79
Donne (nere) 74
Uomini (bianchi) 72
Uomini (neri) 65
La donna bianca vive quasi quattordici anni più del maschio nero. Provate a immaginare quali sarebbero le reazioni se una quarantanovenne dovesse presumibilmente morire prima di un sessantaduenne.

Suicidio come impotenza
Così come la speranza di vita è uno dei migliori indici del potere, il suicidio è uno dei migliori indici dell’impotenza.
«Fino ai 9 anni, la percentuale di suicidi tra bambini e bambine è identico;
• dai 10 ai 14 anni la percentuale per i ragazzi è il doppio rispetto alle ragazze;
• dai 15 ai 19 anni è quattro volte superiore; e
• dai 20 ai 24 anni è sei volte più alto.»
«Sottoposti alle pressioni del ruolo maschile, nei ragazzi i suicidi aumentano del 25.000 per cento.»
«Il tasso di suicidi tra gli ultraottantacinquenni è 1350 volte superiore rispetto a quello rilevato tra le donne dello stesso gruppo d’età.»

33Utente Anonimo 21 novembre 2010
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IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.

Il fattore industrializzazione
«Più una società diventa industrializzata, più la speranza di vita dei due sessi aumenta. Ma l’industrializzazione accresce la speranza di vita delle donne in misura quasi doppia rispetto a quella degli uomini.»
Nelle società preindustriali (per esempio, l’Italia e l’Irlanda nel diciannovesimo secolo), era normale uno scarto di un anno o due soltanto tra la durata dell’esistenza delle donne e quella degli uomini. Allorché Robert Kennedy Jr. prese in esame i suoi precedenti famigliali, scoprì che le contadine irlandesi all’inizio del secolo avevano una speranza di vita alla nascita inferiore a quella degli uomini. Le donne che vivevano in campagna morivano più di frequente degli uomini di tubercolosi, difterite, polmonite, morbillo, malattie di cuore, ustioni, scottature. Quando le donne si trasferirono in città, come accadde in Inghilterra all’inizio dell’Ottocento, il tasso di mortalità decrebbe di oltre un terzo. Che cos’era accaduto?
Quando donne e uomini hanno all’incirca la stessa speranza di vita, pare che ciò sia dovuto al fatto che le donne muoiono non soltanto di parto (meno spesso di quanto si pensi), ma in misura quasi uguale di malattie contagiose, parassitiche; per scarsa igiene e mancanza d’acqua; per le cure inadeguate, per le malattie provocate dalla denutrizione. Nelle società industrializzate, i decessi prematuri sono prevalentemente causati da malattie scatenate dallo stress che indebolisce il sistema immunitario. Da quando lo stress è diventato il fattore principale, gli uomini hanno cominciato a morire molto prima delle donne.
Il doppio standard dell’industrializzazione
L’industrializzazione strappò gli uomini alla campagna e alla famiglia e li catapultò in fabbrica, allontanandoli dalla fonte degli affetti. L’industrializzazione consentì alle donne di restare legate alla famiglia e, come già osservato, con un sempre minor numero di figli e più comodità, un maggior controllo sulle nascite, meno probabilità di morire di parto e di quasi tutte le altre malattie. Combinandosi, questi fattori fecero sì che le donne vivessero un’esistenza di circa il 50 per cento più lunga nel 1990, rispetto al 1920. Quello che abbiamo voluto chiamare potere maschile, quindi, ha in realtà prodotto il potere femminile. Ha letteralmente dato la vita alle donne. Fu un club quasi esclusivamente femminile che prese il primo treno che portava dalla Rivoluzione Industriale alla Rivoluzione dell’Appagamento.
Il nuovo ruolo degli uomini - che operano lontano da casa - è di per sé sufficiente a indurre entrambi i sessi a far uso della droga, a ricorrere al suicidio e a provocare incidenti. Il risultato è riecheggiato dalla canzone Only the Good Die Young (ovvero, muore giovane chi è buono). Quali sono le due cose che quanti morirono giovani avevano in comune? Pensate a Jim Morrison, Jim Croce, Jimi Hendrix, John Belushi, Janis Joplin, Buddy
Holly, Charlie Parker, Patsy Cline, Elvis, Martin Luther King e i Kennedy. Erano tutti buoni esecutori, e tutti passarono la maggior parte della loro esistenza lontano da casa - distaccati dal loro centro, dalla loro fonte d’amore. In un modo o nell’altro, questo li ha uccisi.
L’industrializzazione fece del lavoro lontano da casa un ruolo maschile. Il fatto che membri di entrambi i sessi che lavorarono lontano da casa furono vulnerabili, ci spiega l’impatto del ruolo sulla biologia.
Forse che oggi le donne non lavorano lontano da casa? Certo, ma con la nascita del primo figlio i due terzi delle donne che lavorano non riprendono il lavoro per almeno un anno. D’improvviso al marito tocca mantenere tre persone invece che una sola. Inoltre, le donne, con quarantatré probabilità in più rispetto agli uomini, abbandonano il posto di lavoro per sei o più mesi per ragioni di famiglia. Ecco le scelte che consentono a una donna di adattare il suo ruolo alla sua personalità, mentre il mandato dell’uomo - lavorare a tempo pieno - non gli offre quella flessibilità necessaria a dare spazio alla sua personalità. Nelle sue aspettative deve darsi da fare e indossare un certo abito, non necessariamente tagliato su misura per lui.
Come mai il gap tra donne e uomini si è leggermente ridotto (da otto a sette anni) tra il 1975 e il 1990? In parte perché le abitudini igieniche degli uomini stanno diventando più costruttive, quelle delle donne più distruttive. Così le donne muoiono più spesso a causa di quella che i cinesi chiamano «la malattia dell’opulenza» - il cancro al seno. Ma le donne lavorano anche più di frequente lontano da casa e soffrono delle malattie connesse allo stress.
D’altro canto, come mai il gap non è diminuito ancora di più? Perché il marito della donna che lavora a tempo pieno lavora tuttora 9 ore la settimana di più fuori casa e negli spostamenti perde 2 ore di più la settimana. Il carico di lavoro offre comunque alla donna un miglior equilibrio tra lavoro e casa. Se il marito è sufficientemente «arrivato», lei può trovare un certo equilibrio non soltanto per la sua personalità ma anche per la fase esistenziale in cui si trova. Le maggiori possibilità di scelta, il maggior equilibrio e la più stretta connessione con la famìglia la tengono in vita sette anni di più.
Pertanto, l’industrializzazione ha ampliato la gamma delle opzioni femminili e isolato di più gli uomini. Con la sua attività da prestigiatore, lei è sempre in stretto contatto con tutto; con la sua attività sempre più intensa, lui perde il contatto con l’amore. Entrambi stanno meglio di prima, ma per lei la connessione crea vita, per lui la separazione crea morte.
«Fare strage» alla Borsa divenne quindi la versione aggiornata del killer-protettore: lui continua a mietere vittime, lei a essere protetta. Ovvero, per essere più precisi, lui protegge meglio entrambi, ma protegge la donna meglio di quanto non protegga se stesso.

34Utente Anonimo 21 novembre 2010
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Per concludere: al di là delle palle femminil/femministe che si raccontano quotidianamente, ed ovunque, la causa principale del cambiamento di status delle donne è il progresso tecnologico ed economico - portato avanti in primis dagli uomini -, che ha reso possibile alle coppie condurre una vita sessuale e allevare i figli senza bisogno della spietata ed ovvia (in quel contesto sociale) divisione del lavoro che costringeva la madre a consacrare ogni momento di veglia alla sopravvivenza della prole.

L'acqua potabile, l'igiene e la medicina moderna hanno diminuito la mortalità infantile e il desiderio di avere un gran numero di figli. Grazie a biberon e latte di mucca pastorizzato, poi a tiralatte e freezer, si può dar da mangiare ai neonati senza che le madri debbano stare al loro servizio ventiquattr'ore su ventiquattro. La produzione di massa ha reso più economico comprare le cose che fabbricarle a mano e impianti idraulici, elettricità ed elettrodomestici hanno alleggerito ancora di più i lavori di casa.

L'accresciuto valore del cervello rispetto ai muscoli nell'economia, il prolungarsi della vita (che rende possibile sperare di vivere decenni dopo aver allevato i figli) e l'accessibilità di un' istruzione di lunga durata hanno modificato i valori delle opzioni che si presentano alle donne nel corso dell'esistenza. Non solo. Grazie a contraccezione, amniocentesi, ultrasuoni e tecnologie riproduttive è diventato possibile per le donne rinviare il momento di mettere al mondo dei figli a quando lo ritengono più opportuno.

In conclusione, faccio notare che ad aver tratto i maggiori benefici dal sopracitato progresso, sono state proprio le appartenenti al sesso femminile.
Basti dire che nel 1900, in Italia, vi era una differenza di aspettativa di vita media fra i due sessi di soli 6 mesi. Nel 1920 era salita a 2 anni. Oggi, anno 2010, è di 5,4 anni.

35Utente Anonimo 21 novembre 2010
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edit:
Anziché di "palle femminil/femministe" è più corretto parlare (e scrivere) di "vaginate femminil/femministe".

36Utente Anonimo 21 novembre 2010
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Ah, per vostra informazione, in circolazione ci sono anche tantissime bamboccione...

37Utente Anonimo 21 novembre 2010
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Scrive Eleonora:
>>>>>>>
prendersi cura di casa e famiglia e curare anziani e malati.
>>>>>>>

Magari il sud è un "altro mondo", ma dalle mie parti a provvedere ad anziani e malati non sono certamente le "nuove leve femminili italiane", bensì le badanti dell'est...

38annamaria 22 novembre 2010
annamaria



 

@ misterxy
Grazie per aver espresso il tuo pensiero, investendo tempo ed energie in ben 12 post, uno in fila all'altro. Ho però la sensazione che tu sia un po' off topic: non di contrapposizione tra generi, ma di educazione dei figli, e del farli crescere indipendenti, si stava parlando.

39Utente Anonimo 01 gennaio 2011
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Madre di due figli maschi adolescenti. I miei figli mi sembrano abbastanza viziatelli ma leggendo il decalogo mi sono rincuorata. In effetti, a pensarci, si preparano il pranzo da soli da quando erano in prima media, hanno le chiavi di casa da quando avevano 10 anni, andiamo solo raramente a vedere le loro partite di calcio, si fanno il letto (male) da quando avevano sei anni. Per il resto, come scrive giustamente lei, trattativa infinita.
Grazie per l'interessante spunto.
Artemisia

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