Umberto Eco, negli anni Ottanta, scrive: «Il computer è una macchina molto spirituale perché permette di scrivere quasi alla velocità del pensiero». Ma che cosa vuol dire scrivere per il computer (leggi: per l’era digitale, leggi: per gli e-book reader) e non solo con il computer? Gli scrittori si chiedono: che fine fa la scrittura “senza carta”? Quando interagisce non con lo spazio unidimensionale della pagina, ma con la profondità di campo delle immagini? Quando deve competere (e contaminarsi) con la seduzione del cinema, dei videogiochi, all’interno dell’infinito campo di opportunità che è lo schermo di un tablet? Quando, idealmente, ogni parola è una porta che si apre su un paesaggio ipertestuale? Anche queste domande generano mondi. Sono quelli immaginati da IDEO con tre concept di libri connessi in network, zeppi di immagini, interattivi. È Alice for the iPad, primo “libro aumentato”. Sono le rudimentali (ma va bene così, stiamo solo cominciando a scheggiare la superficie dell’era digitale) polistorie ipertestuali. Eco invita a non «fare il funerale ai libri». Ma quanto somiglieranno i libri di dopodomani all’oggetto materiale che chiamiamo “libro”? E quali parti del cervello, della memoria, quali competenze, quali emozioni, quali esperienze entreranno in gioco?
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