La produzione creativa è sempre il frutto dell’interazione tra individuo e ambiente, inteso sia come contesto socioculturale sia come luogo fisico. Di quest’ultimo tema si occupa uno studio del 2009 pubblicato su Science: pareti rosse migliorano la concentrazione, azzurre accendono la creatività. Di tinte e soffitti (la creatività li vorrebbe alti) si occupa perfino il Wall Street Journal. Può esserci del vero, ma secondo me la fanno troppo facile. Alla qualità dei luoghi fisici sembrano curiosamente sensibili le aziende che lavorano con il virtuale. Gli uffici di Facebook sono pieni di gadget, e Googleplex (la sede centrale di Google) somiglia a un parco giochi. Ma credo che a garantire risultati creativi valgano di più la pressione individuale sui risultati e, nel caso di Google, quel 20% di tempo lasciato libero per sviluppare progetti in autonomia. Più convincente il rapporto tra musica e architettura, così come lo racconta David Byrne, musicista e leader dei Talking Heads, in un TED Talk: i brani di Mozart sono elaborati e intricati perché lui suona in stanze piccole, con poco riverbero, mentre Wagner fa addirittura costruire un teatro adatto alle sue opere. Il Guardian raccoglie oltre 100 descrizioni di stanze di scrittori, non solo contemporanei, da Roald Dahl a Jonathan Safran Foer a JG Ballard a Charlotte Bronte (e verrebbe voglia di comparare l’altezza dei soffitti con quella delle opere). Immagini della stanze in cui lavorano alcuni scrittori italiani si trovano invece sul blog Archivio Caltari. E voi siete sensibili agli ambienti in cui lavorate? Alla luce? All’ora? Ai colori? Ai rumori? L’altezza del soffitto vi influenza? O avete magari bisogno di un oggetto scaramantico?
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