La vicenda è recente e, nei suoi sviluppi fondamentali, semplice: GAP, uno dei grandi marchi della moda globalizzata, decide di cambiare logotipo (o logo. Il marchio, insomma). È un’operazione di rebranding. Che va malissimo. Il web insorge. I professionisti sghignazzano. L’azienda minimizza, poi dice che ricorrerà al crowdsourcing per raccogliere altre idee, infine torna al vecchio logo. Moltissime aziende aggiornano il loro logo nel tempo, così come aggiornano l’offerta. Qui e qui trovate diversi recenti prima-e-dopo. Ma andate anche a vedervi, scrollando la finestra select a logo, l’evoluzione dei loghi di altre decine di aziende. È davvero interessante. Cambiare può essere opportuno. Ma a volte l’operazione è caricata di troppe intenzioni senza fondamento e si traduce in un disastro. E gestito dal basso il rebranding può diventare addirittura una forma di vendetta nei confronti di un marchio traditore come BP. Tre le conclusioni: 1. Un logo non è solo un fatto estetico, e una proposta creativa di restyling deve risultare, oltre che nuova, appropriata, tanto da poter essere percepita come necessaria. 2. Un logo appartiene tanto all’impresa quanto al suo pubblico. 3. Questo vale sia per le imprese commerciali che, a maggior ragione, per i partiti politici.
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