Questa homepage di NeU, al contrario del solito, non vi propone alcun link perché affronta un paradosso nel quale di sicuro vi siete già imbattuti. E, per affrontarlo sul serio, non deve e non può mandarvi a vedere ciò di cui parla. Ecco il punto: in questi giorni escono un paio di campagne pubblicitarie (una per una marca di abbigliamento, l’altra per un’automobile) per motivi diversi discutibili. Sono accomunate dal fatto che non vantano direttamente alcuna caratteristica positiva, né tanto meno esclusiva, del prodotto o della marca che dovrebbero essere oggetto della comunicazione. Straparlano d’altro. Se le avete viste, bene. E se no, pazienza. Qui, vi basta sapere che la campagna per l’abbigliamento cerca per l’ennesima volta lo scandalo visivo sfruculiando tra cronaca, politica e religione. Lo fa nascondendosi dietro la foglia di fico di un appello buonista, e del tutto campato per aria. La campagna per l’automobile invita in modo generico e prepotente a ignorare ogni regola. E, lì, non c’è neanche una foglia di fico. C’è, invece, la spaventosa e straziante coincidenza della morte di un bambino e di un anziano recentemente uccisi da automobilisti che, in un modo o nell’altro, non hanno rispettato le regole.
L’obiettivo di entrambe le campagne è chiaro: strillare una cosa – qualsiasi cosa – capace di colpire l’attenzione. Un maligno potrebbe immaginare che si tratti di un espediente dovuto al fatto che la marca o il prodotto in questione hanno poco di consistente da dire, e allora che si fa? Si urla. Ma magari non è neanche così. E, sotto, c’è solo lo stupido presupposto che la pubblicità, quando provoca, è moderna. È tosta. E quindi funziona, si fa vedere e fa vendere. Notate che provocare è molto, molto più facile che far sorridere, o ridere. Per far sorridere ci vuole acutezza, precisione, sorpresa, eleganza, misura, ritmo. Lo humour è una faccenda delicata da gestire. Una specie di magia. Per provocare basta dire a caso una cosa cafona, o fuori luogo, o assurda, o tale da urtare la sensibilità del pubblico. Basta calarsi i pantaloni e mostrare le chiappe. È, bisogna rimarcarlo, qualcosa di piuttosto diverso da quanto intendeva Steve Jobs nel suo celebrato appello alla foolishness.
Non è solo la pubblicità a scegliere la scorciatoia brutale della provocazione. Molte dichiarazioni di politici, sgarbate e a capocchia, cercano lo stesso effetto: visibilità attraverso l’insulto, l’offesa, la pernacchia e il rutto. Con lo scandalo conseguente. E l’ulteriore effetto dell’amplificazione involontaria (tutta visibilità gratuita) del messaggio attraverso il rimbalzare di commenti indignati e di prese di posizione contrarie. Purché se ne parli, appunto. Eccolo, il paradosso. Il trappolone: sembra che non ci sia via d’uscita tra subire in silenzio o protestare facendo un ovvio favore a chi proprio sulla protesta attesa ha costruito la propria meschina strategia comunicazionale. E qui, però, ci soccorre Gregory Bateson: dalle trappole del paradosso si esce definitivamente solo con un salto di livello logico. E di consapevolezza. Prendendo le distanze non solo della singola campagna fuori luogo, della singola dichiarazione offensiva, ma del meccanismo idiota e stucchevole della provocazione non pertinente, gratuita e strumentale. Che non è creatività, nel senso della produzione di un messaggio nuovo e utile. Che non è un bel niente, se non rumore, e rumore, e rumore. Cominciamo a dircelo con energia. E a passare parola.
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