teorie e pratiche della creatività

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CREATIVITÀ: TEMI E COMMENTI - 16 settembre 2011

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Scuola: tre prospettive tra passato, futuro e presente

È un rito di passaggio: viene settembre e si riparla di scuola. Le pagine nazionali dei quotidiani ospitano analisi e appelli. In generale il tono è allarmato e urgente. Dopo qualche settimana partono le proteste degli studenti: qualche spazio nelle cronache locali. Poi, più niente o quasi, fino all’anno successivo. Poche voci isolate - tra tutte, quella di Tullio De Mauro (qui tutti gli articoli usciti su Internazionale) - continuano a battere sul tema.
È una verità semplice: il futuro della scuola coincide col futuro del Paese. Ma non solo: ogni storia individuale scolastica disegna, nel bene e nel male, un pezzo significativo di ciascuna storia individuale successiva. E il disegno non sempre è lineare: è noto, ad esempio, che i superdotati vanno male a scuola. Non succede sempre, ma spesso. Umberto Galimberti vi dice perché.
Vi offro solo tre prospettive. La prima riguarda il passato: il 15 novembre 1960 Alberto Manzi appare in televisione con Non è mai troppo tardi. Sottotitolo: corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta. 484 puntate dopo, un milione e mezzo di italiani sa leggere e scrivere (io ricordo mio nonno che non si perdeva una lezione). Un medium nuovissimo per l’epoca viene usato in modo rivoluzionario per ottenere un risultato impensabile. Il Corsera racconta bene questa avventura. Guardate anche un estratto dal documentario “TV Buona Maestra”.
Come può la scuola oggi usare i nuovi media in modo funzionale, e non per pura captatio benevolentiae nei confronti degli studenti? La seconda prospettiva riguarda il futuro: eccovi un bel dossier sull’introduzione dell’informatica a scuola, completo di dati e accurate valutazioni costi/benefici, nella migliore tradizione de Lavoce.info.
La terza prospettiva riguarda il presente. Vinicio Ongini elenca dieci vantaggi della scuola multiculturale. Sottolineo il primo punto di Ongini: a Torino, la presenza di tanti immigrati non impedisce alle scuole di essere le migliori d’Italia. E aggiungo un undicesimo punto: la diversità (di lingue, etnie, genere, età...) accresce sempre la creatività di gruppo. La prefazione al libro di Ongini è di Tullio De Mauro. Leggetela, leggetela...
Infine: un omaggio e un saluto ai docenti che, nella sgangherata scuola italiana, continuano a coltivare la propria passione di insegnare, e a far nascere negli studenti quella di imparare. Molti sono in rete: trovate alcuni blog, e diversa altra roba interessante, nella pagina di NeU dedicata a Scuola ed educazione.

Commenti (4)

1Giovanna Cosenza 16 settembre 2011
Giovanna Cosenza



 

Un omaggio e un augurio di buon lavoro a tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado, dalle materne alle superiori. La loro fatica è la fatica di tutti.

Ma un omaggio e un saluto ci vogliono anche per i docenti universitari. Ci sono anche loro, a insegnare ai giovani. Anche se molti di loro non ci si mettono, perché hanno a volte un po' di puzza sotto il naso. A volte, non sempre.

E il senso comune non li mette nel novero degli insegnanti, perché coltiva un pregiudizio complementare, su cui varrebbe la pena fare qualche analisi. Magari la farò.

Invece pure in università insegniamo, eccome. Chi lo fa bene ci mette un sacco di tempo, passione personale ed energie. Con soldi che sono sempre meno. E chi lavora bene, in università, non ha mai i soldi che hanno i baroni. Ma una media di 1500 euro netti al mesi. E nessun soldo per attrezzature, laboratori. E strutture fisiche spesso fatiscenti.

Salutiamo e omaggiamo anche loro? :-)
Ciao!

2annamaria 16 settembre 2011
annamaria



 

Ho scritto... "ai docenti (senza far distinzioni) che nella sgangherata scuola"... comprendendo nel termine "scuola" gli insegnamenti di ogni ordine e grado. Nella mia mente c'era anche l'università, ma è meglio esplicitarlo.
Tra l'altro: Giovanna è un docente universitario che sta in rete, e alla grande. Il suo blog è frequentatissimo, ed è segnalato e recensito alla pagina "pubblicità e comunicazione". Si chiama Dis.amb.iguando.

Uh, a pensarci bene, anche Neu, nel suo piccolo, è una roba così :)
E... a Giovanna non solo un saluto, ma anche un abbraccio di inizio d'anno.

3Laura Bonaguro 16 settembre 2011
Laura Bonaguro



Trentadue denti avvelenati

Scuola: sperimentata e sperimentanda giusto in questi giorni seguendo di scorcio polemiche generali, e da molto vicino quelle particolari, con due ragazzi di 10 e 12 anni.

Reduce della lettura estiva - chissà perché poi questa scelta masochista - del libro della Mastrocola "Togliamo il disturbo"
http://www.ilpost.it/2011/02/14/togliamo-il-disturbo-paola-mastrocola/
scrivo due righe a commento di questo tema concentrandomi, al momento, sul link del Corsera.
Sono convinta che TUTTOSCUOLA avrà fatto un'indagine capillare e ben fatta certo che quando si parla di "eccellenza" e si portano a riprova 96 nuovi indici (?) e le prove INVALSI, mi sale il sangue alla testa a prescindere. È dura capire se l'uso dei test è giustamente considerato come supporto di dati per incrementare il discorso sull'educazione - dei "Tool of education" per dirla alla Ken Robinson - e non l'obiettivo valutativo di quella. Sembrerebbe così viste le interviste a corollario dell'articolo, certo non posso dire lo stesso del percorso didattico di mio figlio piccolo. La maggior parte delle verifiche scritte sono estratti di quiz invalsi su aperta ammissione della direzione in un perpetuo scarica barile tra direttive, programmi e orientamenti. Ricordo il primo questionario vero o falso alla domanda: La storia è la scienza che studia il passato. Risposta: No. Risultato? Un punto in meno di valutazione. Nessuno si è preoccupato di capire il perché di quella scelta ma bastava chiedere e il novenne avrebbe spiegato, come ha fatto a me, che la storia anche se assomiglia ad una scienza secondo lui non lo è in realtà, ci ha pensato bene, parla di argomenti del passato, racconta. Altrimenti saremmo tutti scienziati!
E pensare che non ha ancora letto Popper...

4annamaria 17 settembre 2011
annamaria



 

Mah... è difficile. Uno dice "scuola" e dentro c'è un'infilata di mondi. Che comprendono l'asilo e (vedi sopra) l'università, dall'Alma Mater a, volendo, ma forse anche no, il Cepu.
E poi: le scuole del sud e quelle del nord, le aule cittadine da trenta studenti e l'aula multiclasse da nove studenti in tutto (siamo alle elementari) della mia campagna. Docenti ottimi e altri pessimi. Studenti meravigliosi e studenti spaventosi. Famiglie che dialogano con i professori e altre che li minacciano. O gli mollano anche due schiaffoni. E poi: aule in gran parte inadeguate. E libri di testo sui quali bisognerebbe aprire un lungo, lungo discorso (magari lo faremo) cercando di capire, più ancora di quanto costano, quanto valgono.

In questo post ho messo in fila solo alcune cose su cui mi sentirei di avere qualche certezza:
- il fatto che il tema sia importante. Bisognerebbe parlarne più spesso e non solo a ogni settembre. E il fatto che sia importante sia a livello collettivo, sia a livello dei singoli individui.

- il fatto che la scuola faccia fatica a riconoscere i talenti che escono dalla norma. Questo succede non solo in Italia.

- il fatto che, più ancora di ciò che si insegna, valga il modo in cui si insegna qualsiasi cosa. E il fatto che siamo un paese di recente, e ancora incerta, alfabetizzazione. Il ricordo di Alberto Manzi ha questo senso duplice. E chi ha letto la Trama lucente che la pensavo così già prima che parlare di questo grande uomo fosse tornato di moda.
Tra l'altro: negli anni Sessanta usare la TV per insegnare agli analfabeti e farlo usando disegni e lavagna luminosa vuol dire avere unito due tecnologie davvero modernissime per l'epoca.

- il fatto che con l'informatica bisogna fare i conti. Per inciso, non sono troppo d'accordo con Mastrocola quando parla di grande familiarità dei ragazzi con il web. Mi spiego: chi sa cambiare con disinvoltura la sim di un telefonino o passa due ore al giorno su Facebook non necessariamente sa usare bene le risorse della rete. Per accedere alle quali bisogna almeno saper leggere sul serio (cioè, bisogna saper capire e confrontare e valutare, e poi saper usare quanto si è letto e capito. Si tratta di operazioni non banali). E bisogna, ormai, sapere più che decentemente l'inglese. Insomma, non tutto si risolve in un magico copiaeincolla.

- infine, il fatto che il multiculturalismo si avvia a diventare sempre più centrale. E che nelle aule scolastiche si sperimentano oggi i modelli di inclusione/esclusione e convivenza che domani si trasferiranno al più vasto ambito sociale.

E vengo al punto di Laura. Sono d'accordo: molte prove scolastiche appaiono discutibili (da certi temi dati in classe a certi test, per finire con le recenti domande sulla - sul?: da milanese, non so neanche se il nome è maschile o femminile- grattachecca). Però credo che sia indispensabile qualche forma di valutazione della performance e del coinvolgimento individuale, della performance della classe, quindi dell'insegnante, e della scuola nel suo complesso.
Sennò nessuno riesce nemmeno a capire dove sta il buono e il meno buono, e quali sono le aree di miglioramento. Insomma: credo che le prove vadano ottimizzate, ma non semplificate o abolite.

Non si tratta temi facili: ci si interrogano i governi di tutto il mondo. Linko qui un bell'articolo in uscita domani sull'Economist Conclude con l'unico dato forse davvero certo: ci vuole tempo per formare buoni insegnanti. E questa è una priorità.
Però, ripeto, a me è già capitato di incontrare molti ottimi insegnanti, anche adesso, anche in Italia. E credo che insegnare bene oggi, in Italia, sia una faccenda quasi eroica.

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