“Macché Taliban. In Afghanistan il vero nemico è Powerpoint”. Con questo titolo la Repubblica riprendeva qualche giorno fa un articolo del New York Times (guardate anche i link, se avete tempo. Se no, eccovi la traduzione italiana). Bel tema. Che ne contiene mille altri. Per esempio: fino a che punto si può semplificare la complessità senza travisarla? Preparare un ppt ormai non è più un mezzo, ma un fine? Tutto quanto non sta in una lista a punti non esiste? Powerpoint sta diventando un genere, dotato di creatività, retorica, estetica proprie? Certo, un buon ppt è fantastico: serve a dare ordine e chiarezza a una proposta e a guidare chi ascolta calibrando tempi e densità dell’esposizione. Ma ho il sospetto che nelle università non si discuta più una tesi senza powerpoint. E quest’anno i miei studenti si sono infuriati perché mi sono rifiutata di dargli i ppt delle lezioni, insistendo perché prendessero appunti (gente, la vita non vi si presenterà in formato ppt!). Negli States è anche peggio. Ma… che succede se va via la luce? Se il computer si inchioda? Tutti afasici, confusi e smemorati, senza la nostra stampella di immagini luminose?
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