Sono appena tornata da Istanbul. Non ci andavo da più di vent’anni. Nel frattempo la popolazione è quasi triplicata e la città ormai sfiora i quattordici milioni di abitanti. Continua a essere un posto di fascino, ma, accidenti, quanto è cambiata, e non solo perché ora lo skyline alterna minareti e una quantità di grattacieli. Ricordavo un caos brulicante di umanità che si arrabattava in tutti i modi, e tantissimi bambini macilenti che vendevano per strada qualsiasi cosa. Ora dovunque c’è una folla composita ma composta, da megalopoli contemporanea. A colpirmi è (anche) una miriade di dettagli riguardanti la qualità urbana. Varrebbe la pena di importarli. Per esempio: tutti, ma proprio tutti i bordi e le scarpate delle grandi vie d’accesso alla città trasformati in giardini e spesso in strisce di bosco d’alto fusto. Ampie aree commerciali interamente pedonalizzate e vivacissime, animate da molti bravi suonatori di strada, in gran parte ragazzi che mescolano tradizione e contemporaneità. L’inevitabile spazzatura raccolta in attrezzi che sembrano i pronipoti dei nostri cassonetti. Semafori con un timer che dà il tempo a disposizione per attraversare. Niente graffiti, da nessuna parte, e strade pulite, anche grazie alla presenza di civilissimi posacenere. Per i frequenti mezzi di superficie non biglietti, ma gettoni distribuiti da macchinette poste a ogni fermata. Negozi aperti la domenica, e molti con un’anima: librerie con poltrone e caffè. Piccole boutique colorate ed eclettiche con annessa sartoria, e una miriade di abiti sorprendenti. Oppure lo straordinario A la Turca: quattro piani di meraviglie evidentemente rivolte a un pubblico cosmopolita - e almeno un paio di negozi di questa qualità si trovano anche a Milano. Ma la cosa che non si trova è una tazza di tè con cheesecake offerta con grazia e naturalezza, e mezz’ora di chiacchiere con un proprietario che non prova a venderti alcunché, ma ti racconta il suo amore per la bellezza. O, ancora, una Biennale interessante quanto quella veneziana, e però animata da scolaresche che, dopo aver visto le opere esposte, si siedono ai tavoloni e fanno un bel lavoro collettivo sul tema della pace. Ritrovare ieri sera le notizie dei tg italiani è stato abbastanza sconfortante. Oggi lavoro come al solito ma, devo ammetterlo, mi sento un po’ strana.
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