teorie e pratiche della creatività

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CREATIVITÀ: TEMI E COMMENTI - 07 novembre 2011

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Questioni di metodo 11: il pensiero tra rigidità e rigore

“Rigido” e “rigoroso” condividono la stessa etimologia: vengono dal latino rĭgēre, che significa essere o diventare duri per il freddo. Se state parlando di meteo i due termini hanno senso analogo: potete lamentarvi delle temperature rigide, o dei rigori dell’inverno.
Ma se abbandonate l’ambito climatico tutto cambia: in senso metaforico, tra essere rigorosi ed essere rigidi c’è una bella differenza.
Mentre il pensiero rigido si fonda su pregiudizi o dogmi inverificabili, si destabilizza di fronte agli imprevisti e può avere una componente ossessiva, quello rigoroso si lascia (guardatevi questo pezzetto del Cartesio di Rossellini) guidare dalla ragione, ed è proprio del metodo scientifico. Ora guardate il Nobel Richard Feynman che in poco più di due minuti, con humour e in modo indimenticabile, vi dice di che si tratta.
Il rigore, al contrario della rigidità, è sostanzialmente laico, diffida (ancora Feynman) delle gerarchie e rifiuta il principio di autorità. È sì spirituale, ma non confessionale (Einstein).

Quando avete un problema da affrontare, essere rigorosi è un buon modo per trovare soluzioni efficaci e, magari, inattese e nuove. Essere rigidi non lo è.
Tra l’altro, se considerate la relazione fra tratti di personalità e attitudine creativa, rigidità e rigore risultano antitetici. Prendete il Big Five, uno dei più noti e condivisi modelli per la valutazione della personalità. Dei cinque tratti considerati (estroversione, amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura) solo uno risulta strettamente correlato alla creatività, ed è proprio l’apertura all’esperienza: una caratteristica affine al pensiero rigoroso, che è per vocazione empirico, ed estranea a quello rigido.
Insomma: poiché di solito le persone rigide non sono per niente rigorose e viceversa (se appena provate a far mente locale ve ne accorgete subito), per coltivare la creatività vi tocca proprio scegliere da che parte stare.

Commenti (8)

1Laura Bonaguro 07 novembre 2011
Laura Bonaguro



... non credo proprio di avere scelta tra rigidità e rigore, anzi, il più delle volte ho bisogno di cercare un po' del secondo per quagliare. Che sia rigidità mascherata da confusione? Nooo, non è possibile ;-) non ci voglio pensare.

Bellissima riflessione questo lunedì mattina, ci voleva come spinta alla concentrazione.

Buona settimana a tutti!

2Luca 07 novembre 2011
Utente anonimo



La creatività non è certo l'unica cosa che beneficia di questa scelta di campo...
Non mi vengono in mente casi in cui sia più conveniente l'altra parte.
Chissà quali sono le caratteristiche della mente che spingono tante persone a restare di là? Necessità di mettersi al sicuro dietro un'apparente protezione di concetti tragicamente condivisi? Scarsa capacità di vedere implicazioni e conseguenze? Troppo interesse per sè e troppo poco per gli altri?
Di sicuro chi è rigido non è capace di fare altrimenti, per lo meno non da solo. Purtroppo.

3enea 07 novembre 2011
enea



Rigidità e rigore, condividendo la stessa radice, condividono anche lo stato di "durezza da freddo".
La differenza sta nel modo di affrontare lo stato stesso.
Il rigoroso si mette in moto e si affida alla disciplina per superare lo stato di rigidità (ad esempio cercando soluzioni creative).
Il rigido si chiude in se stesso (e/o si crea alibi) per rimanere nell'immobilità.

4andromeda 07 novembre 2011
andromeda



 

la mia risposta è: scelgo ovviamente il rigore, ma non sono sicura di essere rigorosa in tutto e non lo pretendo neanche, forse ho paura di esserlo stata troppo poco e questo ha causato delle falle evidenti che forse, però, non sono tutte imputabili al mio scarso rigore. Riguardo la rigidità è una lampante mancanza di creatività, che a sua volta denota una mancanza di cultura e sensibilità. Il rigido cerca soluzioni apparentemente logiche ma in realtà spesso disumane e quindi illogiche per questo. Ma se guardo l'altra faccia della medaglia, anche l'essere rigoroso, può assumere un carattere sinistro, data anche la stessa etimologia...un nazista rigoroso nell'esercizio dei suoi comandi o dei suoi servigi; un camorrista rigoroso nell'ubbidire alle regole criminali, rigoroso ad eseguire una rapina, un omicidio, ecc. Qui il confine tra rigido e rigoroso è sottile e i concetti sembrano assomigliarsi non poco.

5ivasi 07 novembre 2011
ivasi



 

Mi piace questo post. E condivido la conclusione di Andromeda, sul confine sottile in cui ci si sposta. Ad es., sul De Mauro resta per ambedue i termini il significato obsoleto/letterario di "insensibile alle profferte amorose" per rigoroso e di "ostile alle proposte amorose" per rigido. Forse la differenza sta proprio qui, nell'essere talmente abituati al freddo da essere insensibili, o talmente induriti dal freddo da risultare ostili. Non sentire il rumore del mondo e perseguire il proprio scopo col proprio metodo o non tollerare il rumore del mondo ascoltando, come dice bene Enea, soltanto il proprio pensiero? Sull'ipotesi di Annamaria - se si è rigorosi non si è rigidi e viceversa - mi piacerebbe davvero trovare un'analisi rigorosa... anche se condivido pienamente. Credo comunque che la realtà sia meno rigida dell'etimo: ci sono, infatti, persone così sensibili che spesso adottano metodi rigorosi di analisi del reale e di quanto loro accade ogni giorno, sempre per ragioni di di vita che continua. E che dire di queste vite precarie in cui il rigido è anche "non flessibile"? In senso evoluzionistico sarebbe giusto adattarsi rigorosamente alla flessibilità, ben sapendo che altre specie inizieranno la loro corsa per la sopravvivenza;)

6Utente Anonimo 07 novembre 2011
nuovo e utile



Rigore senza rigidità (e grande visione creativa) è anche la ricetta per attivare la crescita e portare il paese fuori dalla crisi. Cara Annamaria tutto torna. Forse.

Buona settimana
Antonio

7annamaria 07 novembre 2011
annamaria



 

Ciao a tutti.
Mah... c'è da dire che il pregiudizio dogmatico ha un paio di vantaggi mica da ridere: è rassicurante perché rimanda a un sistema semplice in cui tutto si tiene e in cui tutte le decisioni cruciali sono già prese. Ed è un forte fattore identitario.
Rinunciare a quella roba lì non è uno scherzo.
L'unico, non trascurabile, rischio è questo: se per caso il dogma crolla, il dogmatico si ritrova nudo e senza più punti di riferimento. Ma il presupposto del dogmatico è che il dogma non crollerà mai (se no, che dogma sarebbe?). Per cui tende anche a negare con furia ogni sopravveniente evidenza contraria.

Sul tema sensibilità/insensibilità: ho tirato in ballo Feynman e Einstein proprio perché mi sembrano due grandi esempi di come il rigore può non essere disgiunto dalla sensibilità umana e anche (questo è importante) dallo humour.

Il tema delle vite precarie sollevato da Vv apre, poi, un'altra prospettiva mica da ridere.

8Utente Anonimo 08 novembre 2011
nuovo e utile



questa lettura mi ha suggerito con due parole - l'apertura dell'esperienza - un suggerimento importante che, se ricordato, può aiutare a capire come acchiappare questa benedetta creatività. Massimo

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