“Rigido” e “rigoroso” condividono la stessa etimologia: vengono dal latino rĭgēre, che significa essere o diventare duri per il freddo. Se state parlando di meteo i due termini hanno senso analogo: potete lamentarvi delle temperature rigide, o dei rigori dell’inverno. Ma se abbandonate l’ambito climatico tutto cambia: in senso metaforico, tra essere rigorosi ed essere rigidi c’è una bella differenza. Mentre il pensiero rigido si fonda su pregiudizi o dogmi inverificabili, si destabilizza di fronte agli imprevisti e può avere una componente ossessiva, quello rigoroso si lascia (guardatevi questo pezzetto del Cartesio di Rossellini) guidare dalla ragione, ed è proprio del metodo scientifico. Ora guardate il Nobel Richard Feynman che in poco più di due minuti, con humour e in modo indimenticabile, vi dice di che si tratta. Il rigore, al contrario della rigidità, è sostanzialmente laico, diffida (ancora Feynman) delle gerarchie e rifiuta il principio di autorità. È sì spirituale, ma non confessionale (Einstein).
Quando avete un problema da affrontare, essere rigorosi è un buon modo per trovare soluzioni efficaci e, magari, inattese e nuove. Essere rigidi non lo è. Tra l’altro, se considerate la relazione fra tratti di personalità e attitudine creativa, rigidità e rigore risultano antitetici. Prendete il Big Five, uno dei più noti e condivisi modelli per la valutazione della personalità. Dei cinque tratti considerati (estroversione, amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura) solo uno risulta strettamente correlato alla creatività, ed è proprio l’apertura all’esperienza: una caratteristica affine al pensiero rigoroso, che è per vocazione empirico, ed estranea a quello rigido. Insomma: poiché di solito le persone rigide non sono per niente rigorose e viceversa (se appena provate a far mente locale ve ne accorgete subito), per coltivare la creatività vi tocca proprio scegliere da che parte stare.
Commenti (8) |