Che cos’è un gioco? Sembra una domanda semplice ma basta provare a rispondere per capire che non lo è. Giganti come Kant, Wittgenstein e Freud si sono scornati col concetto senza venirne veramente a capo. Non aiuta nemmeno il sapere in pillole di Wikipedia, che dice: un gioco è un'attività che può possedere una funzione ricreativa, una educativa, una biologica e sociale. Johan Huizinga, antropologo, nel ‘37 pubblica Homo Ludens e definisce il gioco come «fondamento di ogni cultura e di ogni organizzazione sociale». Sta di fatto che giocare sviluppa l’intelligenza e aiuta l’adattamento: tutti gli animali superiori giocano e, a guardarli, sembrano condividere con noi umani le regole di base del giocare. Con l’avvento dei computer cambia qualcosa? Niente e tutto. I giochi si evolvono tecnologicamente, diventano fotorealistici (tanto da chiedere in prestito attori a Hollywood) ma le funzioni di base restano identiche, anche se si proiettano in altri mondi. Dà una bella definizione di gioco Will Wright, il papà del popolarissimo The Sims, secondo cui i giochi sono «spazi di possibilità». I giochi servono anche per imparare a decidere: lo intuisce John Nash che, oltre a conquistarci le ragazze, sviluppando la teoria dei giochi vince un Nobel. E forse proprio la variante bellica della teoria, i wargames (ve lo ricordate il film?) ha fatto venire in mente a Jane McGonigal, game designer che sembra a sua volta uscita da un videogioco, l’idea che proprio i giochi potrebbero «fare un mondo migliore». Se adesso avete voglia di giocare po’, magari a qualche cosa che vi stupisca (e vi faccia pensare), provate Every Day the Same Dream dell’italianissima Molleindustria, o lasciatevi trasportare dalla poesia di I wish I were the Moon. E adesso, alla luce di tutto questo, riproviamo insieme: che cos’è un gioco?
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