teorie e pratiche della creatività

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CREATIVITÀ: TEMI E COMMENTI - 22 settembre 2011

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La creatività, i pesci cinesi e la campagna orfana

La creatività, i pesci cinesi e la campagna orfana

Vi racconto due microstorie. A unirle sono la contiguità cronologica e una certa simmetria. Entrambe hanno a che vedere con tema della creatività, e dell’esserne autori.
PRIMA MICROSTORIA: Milano, in centro, ore 17 circa. C’è un tizio seduto per terra in mezzo a un discreto casino di bucce. Sembra una di quelle dimostrazioni dei pelapatate che si vedono nelle fiere. Invece si tratta di un anziano signore cinese che intaglia rape e carote trasformandole in uccellini, peonie, pesci, draghi di rara grazia e accuratezza. Regalo una moneta e ricevo due uccellini. Lui non parla inglese né italiano. Gli chiedo: Shangai? Beijing? Viene dalle parti di Pechino. Si chiama Wang. Scatto foto e le invio. Un amico, bravissimo stylist, mi risponde ..ma è pazzesco! io ho visto quelli che decorano le carote, ma non che le fanno diventare oggetti straordinari......!!!! Grazie mille è una persona preziosa.
Mi sono fatta dare il numero di telefono e… chissà mai. Sta di fatto che, nel momento in cui il suo lavoro viene apprezzato, e documentato anche se con qualche scatto di iPhone, e nel momento in cui lui dice il suo nome, il signor Wang smette di essere un tizio seduto per terra che svolge una strana attività e diventa un autore.
 
SECONDA MICROSTORIA: Milano, un’ora dopo, nel mio ufficio. Guardo le mail e ci trovo una sgradevole vicenda del mondo pubblicitario. La riassumo per sommi capi, in modo da renderla comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Dunque: l’Art Directors Club Italiano, l’associazione dei creativi pubblicitari, qualche giorno fa premia le migliori campagne dello scorso anno. Si tratta, per chi fa pubblicità, di un premio ambito. Succede che il riconoscimento per una delle campagne venga ritirato non dai quattro creativi che l’hanno inventata, ma da uno solo: gli altri tre sono dimissionari, l’ex agenzia non vuole che abbiano un premio per un lavoro che pure hanno fatto e… manda un’altra persona. La vicenda viene raccontata dal presidente dell’ADCI. Che per questo fatto si becca subito una diffida dall’avvocato dell’ex agenzia.
Se tutto ciò vi appassiona potete leggere le due (ad oggi) ulteriori puntate qui e qui. E c’è solo da sperare che tutto quanto si concluda alla luce del buonsenso, merce piuttosto rara al giorno d’oggi.
La simmetria (inversa) di questa storia con la prima dovrebbe apparire chiara: via il riconoscimento all’ideatore dal prodotto dell’ingegno, via anche lo status di autore. Che è, a pensarci bene, l’unico vero patrimonio di chi fa un mestiere creativo.
 
UNA MICROCONCLUSIONE: la creatività, l’ho scritto tante volte, è un fatto eminentemente sociale. Lo è sia perché si radica in un luogo, in un tempo, in un clima, in un contesto socioculturale, sia perché c’è davvero solo nel momento in cui qualcuno la riconosce e la valorizza: è la collettività a dichiarare utile, cioè appropriata, conveniente e fruttuosa in termini economici, estetici o etici un’idea o una teoria. O un prodotto, o qualsiasi altra espressione dell’ingegno. E ad assegnare a ciascuno, per questo, un valore.
Insomma: la creatività è un gioco che nessuno può giocarsi tutto da solo. E nessuno può attribuirsi da solo lo status di creativo: deve lavorare bene e augurarsi che altri riconoscano l’originalità e la qualità di quanto ha fatto.
Questo, fra l’altro, spiega almeno in parte l’importanza che tutti i premi, (dal Nobel a un complimento e una stretta di mano) rivestono per coloro che vogliono pensare a se stessi come autori. È qualcosa che viene ancora prima di “ehi, bravo, ce l’hai fatta”. È qualcosa che somiglia a “ehi, tu esisti! Sei un autore”.

Commenti (10)

1Utente Anonimo 22 settembre 2011
nuovo e utile



Buongiorno Annamaria.
il post di oggi è veramente bello. Non trovo altro aggettivo che gli renda merito.
Leggerlo mi ha migliorato l'umore. Non so spiegarti quale aspetto specifico della tua riflessione mi abbia procurato questo sollievo. Forse lo sguardo che hai usato per intrecciare le due microstorie o, forse, per lo stile della tua scrittura.
A volte passo su NeU solo per questo.
Grazie
Antonio

2andromeda 22 settembre 2011
andromeda



 

Si, come al solito, molto belle. Solo che il mio umore non è migliorato quando penso a tutto il lavoro di copy che si perde nella serialità della produzione, pur essendoci sempre e comunque il"tocco cerativo", l'elemento di distinzione tra un copy e un altro o tra un lavoro ed un altro, ma quando regna la logica del profitto e null'altro la tua qualità di autore va a farsi benedire. Meglio Wang, a questo punto, con il suo status di autore e il riconoscimento dell'originalità della sua opera. Grazie Annamaria

3Fiamma Tortoli 22 settembre 2011
Fiamma Tortoli



 

Cara Annamaria, complimenti. Per la limpidezza del concetto e per l'esposizione. Si vede che ti piace raccontare storie... Questo post lo farò leggere anche ai miei ragazzi. E' una importante lezione di vita che voglio che imparino presto. Perché ne abbiano consapevolezza. Grazie davvero.

PS: ce ne sarebbe un'altra di MICROCONCLUSIONE a corollario.
Mi par di capire che in ambito pubblicitario anche gli avvocati siano AUTORI alla pari di copy e art director. In particolare presso l'Associazione Art Directors Club Italiano.
Non mi era mai capitato di accedere ad un sito, manco fosse quello dell'FBI americano, e trovare, prima ancora di poterlo visitare, una barriera stile checkpoint afgano, con toni così perentori da apparire perlomeno minatòri, in cui in pratica si dichiara che chi entra nel sito lo fa a proprio rischio e pericolo e che sarà perseguitato se si azzarderà a fare qualunque altra cosa oltre il semplice sfogliare le pagine dove sono incastonate le preziosissime e blindatissime perle della pubblicità italiana. Pena ritorsioni legali di ogni genere e specie! Ammazza!
Menomale che si può essere autori ed esercitare la creatività in altri ambiti!
Qui mi sembra di capire che bisogna girare con la pistola in tasca e col colpo in canna per timore di buscarne! ;-)

4Giovanna Cosenza 22 settembre 2011
Giovanna Cosenza



 

Ciao Annamaria,
non posso che associarmi ai complimenti di tutti per la splendida Home di oggi.
E per come hai raccontato le due storie.

Purtroppo, nel leggere la seconda, ho notato una spiacevole somiglianza con qualcosa che è accaduto in questi giorni, sempre in tema di pubblicità.

Stiamo tutti subendo la campagna affissioni di Fracomina, quella che dice "Mi chiamo Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile". Di questi tempi, ritrovarsi il tema delle escort pure in pubblicità, be', ecco, non è che ci metta il buon umore, no? Per non parlare dei diversi problemini che si potrebbero sollevare sul rispetto delle donne, eccetera.

Insomma, le proteste in rete infuriano da venti giorni. L'azienda che gestisce gli autobus a Firenze l'ha già fatta rimuovere. Le denunce allo Iap sono fioccate, e secondo me, se ho capito come si muove lo Iap, porteranno a una sanzione nel giro di poco. Troppo tardi, perché la campagna non abbia già fatto il giro d'Italia, ma vabbe'. Da ultimo, anche il Comune di Roma ha deciso per la rimozione.

Dove sta il nesso con la tua seconda storia? sta nel fatto che, udite udite, pare che Fracomina abbia denunciato il Comune di Roma per danno d'immagine e sia pronta a farlo con chiunque parli male della campagna, in rete e fuori:

http://www.giornalettismo.com/archives/148029/fracomina-denuncia-il-comune-di-roma/

Non è che stiamo entrando in una nuova tendenza che implica il coinvolgimento della magistratura a ogni sospiro? Non so, tutto ciò m'inquieta.

Grazie.

5annamaria 23 settembre 2011
annamaria



 

Grazie a voi, intanto.

E poi: @Andromeda. Condivido quel che dici. Temo che lamentarsi serva a poco anche se ci sono molti legittimi motivi per farlo.
Il punto è: che altro fare?
E qui la prospettiva si sdoppia, e poi si sdoppia di nuovo. C'è (1) il piano della sopravvivenza (materiale e professionale) degli individui: formazione, stipendi, contratti di lavoro, possibilità di carriera, il punto dolente degli stage non retribuiti, e così via. Ma anche (2): gratificazione, autostima, identità, possibilità di crescita, decente ambiente di lavoro. E così via.
E poi c'è il piano della sopravvivenza del gruppo, inteso come famiglia professionale: riguarda (3) il gruppo in sé. L'identificare e il valorizzare le competenze tipiche della professione, il promuovere buone pratiche, il ricostruire percorsi di trasmissione delle competenze alle nuove generazioni, il ricostruire una reputazione. Ma riguarda anche (4) la relazione del gruppo di professionisti con organizzazioni e istituzioni più o meno vicine, dalle associazioni di settore ai media, ai gruppi di cittadini e consumatori che interagiscono con la pubblicità...
Ora, da qualsiasi parte si guardi. ci sono soprattutto macerie, fra le quali si aggira anche qualche personaggio impresentabile.
Finché non sono evidenti a tutti lo scenario, e l'entità della sfida, sarà difficile cambiare davvero le cose. Anche perché, attorno a questo scenario, e in un contesto più grande, si prepara una crisi (economica, e non solo) la cui entità ancora non riusciamo a immaginare bene.
Uh, mi verrebbe voglia di disegnare, almeno, una mappa...
La cosa certa (ma, anche questa, non chiara abbastanza a tutti) è che i punti 1 e 2 non sono per niente separati dai punti 3 e 4.

@Fiamma. Tutti i siti hanno da qualche parte una tiritera legale. Quella di NeU è pubblicata su tutte la pagine, in grigio, in basso. Mi dicono che ci dev'essere. E' strano che nel sito adci sia così evidente e tassativa. Chiederò lumi, e mi auguro che avrai a breve una risposta.

@ Giovanna. Che un'azienda si permetta di denunciare un comune che ritira i suoi manifesti è una faccenda abbastanza surreale.
Ed è ancora più surreale che la medesima azienda voglia impedire al pubblico e ai consumatori di esprimere la propria opinione (e anche il proprio dissenso) a proposito di una campagna che (dai, non siamo mica nati ieri) è palesemente progettata APPOSTA per suscitare tutto il rumore mediatico che nasce dal dissenso.

Sì, dev'essere proprio una nuova moda, questa di chiamare l'avvocato. E forse non tanto per difendere le proprie ragioni quanto per promuovere i propri torti.

6Utente Anonimo 23 settembre 2011
nuovo e utile



@Annamaria
Sicura sulla consistenza della sua microconclusione? Mi pare che la prima parte del suo discorso affossi la seconda.
Si badi che la paternità dello spot, e quindi il novero di tutti e quattro gli autori, è comunque stato esplicitato. Tre autori non sono invece stati chiamati a ritirare il premio, per ovvi e condivisibili motivi legali che pertengono al tipo di contratto firmato. È diverso.
Meglio che l'autore di turno sostenga gli argomenti di una creatività individuale se si vuole insistere sul riconoscimento autoriale che poi vuol dire ritorni economici e fama per singolo.
Se la creatività invece è un fatto sociale, e lo sosteniamo con lei, allora quale importanza possono mai avere le eventuali rivendicazioni da parte dell'autore che non siano bagatelle personali da conto corrente o da mancato applauso narciso se non il posto vuoto in bacheca per il telegatto di turno ?
Sempre approvando l'importanza della creatività come fatto sociale, se l'opera è buona (e si è già stati pagati per quella commissione) non vedo quale sia miglior riconoscimento il fatto che altri l'abbiano apprezzato. Il resto in sé è irrilevante.
Non autorizzati sono invece i confronti con la creatività della scienza che è tutt'altra cosa, perché in quel caso occorrerebbe introdurre una differenza semantica, sostanziale nell termine creatività, tra scoperta scientifica e trovata artigianale. Un Nobel è un risultato insindacabile e oggettivo, non risponde a un criterio di utilità ma un criterio di verità. Per questo è un lavoro collettivo in cui tutti, condividendo il medesimo concetto di verità, contribuiscono implicitamente alla vittoria del fortunato di turno, che spesso è arrivato il giorno prima a una scoperta che comunque sarebbe stata appunto scoperta, prima o poi. Infatti è solo nei premi Nobel o nelle medaglie Fields che possiamo avere soggetti che non ritirano il premio, o per polemica con l'istituzione nel premiare monetariamente scoperte dell'umanità o per la semplice soddisfazione e privilegio, per qualcuno già sufficiente, di aver scoperto per primo un teorema (e si veda il caso Perelman).
Ma comprendo che in un mondo di fatuità come è quello pubblicitario, non l'oggetto in sé ma il premio corrisponda al risultato. Defraudati del cerimoniale, cosa resterebbe della propria opera caduca, questa sì economicamente utile a qualcuno ma sostanzialmente irrilevante per tutti gli altri?
E infatti è proprio l'accorata lettera del Presidente Massimo Guastini a dirci testualmente che ritirare il premio "era un loro diritto da più punti di vista. Avevano scritto i titoli premiati. E avevano pure pagato l’iscrizione agli Adci Awards di tasca propria."

Avevano pure pagato l'iscrizione di tasca propria. Cavoli. E non si può passare sopra a queste ingiustizie, giusto? Perché quando uno ha pagato ha pagato, e cosa ne sarebbe dell'Istituzione del premio se chi paga l'iscrizione al club poi non può ritirare il premio sociale?
Ma forse sono io a vedere l'episodio con eccesso di pregiudizo e livore, comunque sempre più convinto che in questi ambienti il problema non sia costituito tanto dalle politiche di premiazione quanto dall'esistenza di un premio.

H.

7annamaria 23 settembre 2011
annamaria



 

Gentile H.
bei quesiti. E felice di provare a discuterli.
Procedo in disordine, però, e spero che mi perdonerà per questo. L'argomento è complicato. E immagino che abbiamo, lei e io, differenti visioni della creatività, e di molte altre cose.
E' questo fatto a rendere interessante la discussione.
Ovviamente non mi aspetto di riuscire a convincerla. Ma mi auguro di farcela almeno a raccontare, a lei e magari a qualcun altro che fosse interessato, il mio punto di vista.

Per quanto mi riguarda, condivido la visione di Amabile, Simonton, Taylor e altri, che interpretano la creatività come un continuum che da un lato comprende la creatività quotidiana (che ha dimensione artigianale e risolve "piccoli" problemi) e dall'altro la creatività di Einstein e Newton e Dante e Giotto e Shakespeare. E il continuum non riguarda solo le attività scientifiche, ma comprende arti, scienze, tecnologia, impresa, artigianato di qualità, fino ad arrivare alla moda e alla cucina.
Da qualche parte, nel continuum c'è la creatività dei Beatles. Quella di Stradivari, o dell'ebanista Maggiolini. E quella (mettiamoci qualche donna) di Maria Teresa Agnesi. O della Montessori. O della Rowling.
E... ehm. C'è anche un Nobel per la letteratura, no? Che per inciso è stato rifiutato due volte (Sartre, 1964, Pasternak, 1958)

In qualche angolo della visione che condivido c'è la creatività del signor Wang. E c'è perfino la creatività dei fatui pubblicitari. Che però qualche volta (non sempre, raramente in Italia, e ancor più raramente nel tempo presente, purtroppo) sanno produrre segni sintetici, positivi per leggerezza (in senso calviniano) e ironia, che restano radicati nell'immaginario del loro tempo.

E qui torno dai massimi sistemi alle microstorie.
La seconda microstoria diventa tale (e lo rimarca giustamente Giovanna Cosenza) nel momento in cui nel teatrino si affaccia un personaggio imprevisto.
Urca!, un avvocato.
La cui presenza conferisce a tutto quanto una (micro, l'ho sottolineato. Ma curiosa) dimensione drammatica. Per dirla tutta: è la contesa che sottolinea l'imprevedibile (e, me ne rendo conto, per alcuni incomprensibile) rilevanza del premio per tutti gli attori. E mi permette di azzardare una conclusione sull'importanza dei riconoscimenti.

E qui faccio un'ulteriore digressione: la stessa Amabile segnala giustamente l'importanza della motivazione interna per lo svolgimento di qualsiasi compito creativo.
E' un argomento importante, e magari gli dedico una prossima homepage.
Vuol dire, in parole povere, che i creativi veri sono mossi da un'ansia che niente ha a che vedere con il fatto di ricevere "premi". E che un lavoro creativo fatto per ottenere un premio, e non per l'urgenza di farlo, di solito è un lavoro creativo modesto.

D'altra parte, però, moltissime ricerche ci dicono che la personalità dei creativi è strana: tendono a identificarsi con la loro opera e a soffrirne i successi e gli insuccessi. Sono più adattati socialmente che psicologicamente, e il loro adattamento sociale passa in primo luogo attraverso il riconoscimento dei pari, e l'apprezzamento che la collettività esprime nei confronti di quanto fanno.

In sostanza, un vero creativo, grande o minuscolo che sia, e dovunque si trovi collocato nel continuum, non fa il suo lavoro "per" essere riconosciuto, ma il suo senso d'identità dipende anche, e non poco, dal fatto che il lavoro risulti così buono "da" essere apprezzato e riconosciuto.
Mi auguro di essere riuscita a spiegare bene la differenza tra i due atteggiamenti.

Altra digressione, con una domanda a cui non so dare risposta: è vero che in pubblicità, a differenza di quanto avviene in gran parte degli altri settori, i creativi sono stipendiati, e per contratto cedono il frutto e proventi del loro lavoro alle agenzie.
Qualcosa di simile capita, immagino, ai ricercatori che lavorano nelle università. O a quelli che lavorano nelle imprese.
Ma se un ricercatore cambia università, o cambia impresa, e se il frutto del suo lavoro viene premiato in qualche maniera dalla famiglia professionale a cui lui appartiene, che succede? Il premio va all'università o all'impresa, o comunque all'individuo? C'è qualcuno che lo sa e può fare qualche esempio?

Infine: molto ci sarebbe da dire sulla qualità e la credibilità dei premi pubblicitari. Magari, sempre se qualcuno è interessato, riprendo l'argomento in seguito.

Preferisco concludere con una nota personale: in un passato ormai remoto, quando lavoravo per altri, mi è capitato di fare qualche campagna pubblicitaria fortunata. E premiata. Non ho mai avuto il bene di salire su un palco e ritirare una qualsiasi paccottiglia che ne celebrasse il successo. Lavoravo da pochi anni e devo ammettere che, allora, mi avrebbe fatto molto piacere, ma a salire là sopra era sempre qualcun altro.
Me ne sono fatta una ragione. E, nel tempo, sono andata a cercare da altre parti il mio ubi consistam di autore. Sviluppando anche una consistente controdipendenza reattiva nei confronti dei premi: saranno vent'anni che non iscrivo niente di pubblicitario da nessuna parte, e di recente sono riuscita perfino a non ritirare un paio di riconoscimenti per Trama lucente. Ma questa distanza è - come dire? - un regalo dell'età. E del fatto che, tutto sommato, le cose, e anche senza il bagaglio della paccottiglia da palco, sono andate bene.

8Utente Anonimo 23 settembre 2011
nuovo e utile



Un chiarimento relativamente al commento di Fiamma Tortoli, che indica comunque un problema concreto.
Contrariamente a quel che viene affermato nel commento, il disclaimer legale da lei incontrato riguarda solamente la sezione dell'Annual ADCI e non tutto il sito:

Questa pagina viene preceduta dal disclaimer:
http://adci.it/awards.php?id=65

Salvo errori, bug o sviste tecniche, il resto del sito no:

http://adci.it/

Non conosco esattamente la storia di quel disclaimer, però ritengo che sia necessario per qualche peculiarità del sistema legale italiano relativamente alle problematiche del diritto d'autore. Un esempio dei vari paradossi che incontra la pubblicità quando passa da un media all'altro: sembra che le agenzie in genere si assicurino i diritti di utilizzo delle musiche degli spot per la tv, ma (giustamente) al momento della produzione non si preoccupino dei diritti online se non prevedono utilizzi in questo ambito. Quando lo spot tv o il radiocomunicato viene messo online da un utente qualsiasi su Youtube probabilmente non succede niente (o al massimo il detentore dei diritti musicali si attiva per far rimuovere il filmato da Youtube). Quando lo spot viene messo online da un'associazione di categoria facilmente individuabile, il detentore dei diritti può invece decidere di perseguirlo al fine di ottenere un risarcimento per la presunta violazione.

Gianni Lombardi
Segretario ADCI

9annamaria 23 settembre 2011
annamaria



 

@ Fiamma Tortoli.
Ho chiesto lumi sul sito a M. Guastini. Conferma che non funziona ed è prevista una revisione.
Aggiungo che, poiché risale a diversi anni fa, probabilmente gli si sono incrostati sopra gli interventi di diverse persone, e le logiche risultano ormai del tutto indecifrabili.

Per quanto riguarda il disclaimer che appare nella pagina delle campagne (e solo lì), Gianni Lombardi specifica che con ogni probabilità si tratta di una cautela (a mio avviso eccessiva. Ma non sono un'esperta) riguardante i diritti SIAE delle musiche impiegate nei radiocomunicati e negli spot.
E... ehm... non apriamo un capitolo su quel baraccone che è SIAE.

10Fiamma Tortoli 23 settembre 2011
Fiamma Tortoli



 

Io, volendo capire ed essendo interessata a conoscere cos'è l'ADCI, ho semplicemente cliccato sul link che c'era nel post di Annamaria e invece di trovarmi su una bella pagina accogliente e attraente come mi aspettavo (come per esempio quella accessibilissima del premiowebitalia.it tutta piena di bellissimi link e nominativi dei vincitor)i, mi sono trovata davanti una pagina nera totalmente ostile e con una finestra dove per procedere nella visita potevo solo o premere il bottone ACCETTO oppure uscire dal sito. Beh, confesso che non è stato un bell'impatto! Allora ho letto e questo c'era scritto (scritto dall'avvocato appunto!!!):
"Per accedere al sito www.adci.it devono necessariamente essere accettate le condizioni di seguito riportate. Non si possono utilizzare i servizi offerti da ADCI se non si accettano le condizioni. "
************************
"Questo sito web è curato dall'Art Directors Club Italiano ed è soggetto alle disposizioni del diritto italiano. I contenuti del presente sito sono pubblicati unicamente per finalità culturali e divulgative con lo scopo di documentare lo sviluppo creativo della pubblicità e illustrare l'attività dell'Art Directors Club Italiano.

Chi accede al sito accetta che venga applicata unicamente la legislazione italiana per tutte le questioni derivanti o inerenti l'utilizzo del sito o i suoi contenuti.

Per accedere al sito www.adci.it devono necessariamente essere accettate le condizioni di seguito riportate. Non si possono utilizzare i servizi offerti da ADCI se non si accettano le condizioni. Queste ultime si potranno accettare cliccando il pulsante "ACCETTO" dichiarando in tal modo di aver letto, inteso e integralmente accettato.

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Il materiale inserito nel presente sito non è soggetto a controlli preventivi da parte dell'Art Directors Club Italiano che si riserva, comunque, la facoltà, a sua insindacabile discrezione, di oscurare o modificare quanto pubblicato nel sito.

L'Art Directors Club Italiano non potrà essere ritenuto responsabile di qualsiasi perdita o danno, diretto, indiretto, incidentale e consequenziale legato all'uso, proprio o improprio, di questo sito e di quanto in esso riportato."
***************************


Evidentemente l'ADCI si vuole tutelare e blindare da possibili attacchi nemici, visto che appunto fioccano diffide e azioni legali per molto meno e siamo in Italia dove è meglio aver paura che buscarne e dove le insidie si annidano in ogni dove, ma francamente in epoca web 2.0 trovo che ha dell'incredibile che il sito di una associazione di art director e creativi, sia così concepito. Dà veramente una pessima impressione. Sembra di essere in Cina non in Italia... Permettetemi di dirlo. Non voglio giudicare l'opportunità o meno. Certo che non incoraggia la navigazione....
E cmq è indice di un clima veramente pesante. Non è normale, anche se ormai ci si deve abituare a tutto. Un caro saluto e grazie dell'nteressamento. Spero che il mio feedback, ancorché negativo sia stato almeno utile per riflettere. :-)

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