Vi racconto due microstorie. A unirle sono la contiguità cronologica e una certa simmetria. Entrambe hanno a che vedere con tema della creatività, e dell’esserne autori. PRIMA MICROSTORIA: Milano, in centro, ore 17 circa. C’è un tizio seduto per terra in mezzo a un discreto casino di bucce. Sembra una di quelle dimostrazioni dei pelapatate che si vedono nelle fiere. Invece si tratta di un anziano signore cinese che intaglia rape e carote trasformandole in uccellini, peonie, pesci, draghi di rara grazia e accuratezza. Regalo una moneta e ricevo due uccellini. Lui non parla inglese né italiano. Gli chiedo: Shangai? Beijing? Viene dalle parti di Pechino. Si chiama Wang. Scatto foto e le invio. Un amico, bravissimo stylist, mi risponde ..ma è pazzesco! io ho visto quelli che decorano le carote, ma non che le fanno diventare oggetti straordinari......!!!! Grazie mille è una persona preziosa. Mi sono fatta dare il numero di telefono e… chissà mai. Sta di fatto che, nel momento in cui il suo lavoro viene apprezzato, e documentato anche se con qualche scatto di iPhone, e nel momento in cui lui dice il suo nome, il signor Wang smette di essere un tizio seduto per terra che svolge una strana attività e diventa un autore. SECONDA MICROSTORIA: Milano, un’ora dopo, nel mio ufficio. Guardo le mail e ci trovo una sgradevole vicenda del mondo pubblicitario. La riassumo per sommi capi, in modo da renderla comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Dunque: l’Art Directors Club Italiano, l’associazione dei creativi pubblicitari, qualche giorno fa premia le migliori campagne dello scorso anno. Si tratta, per chi fa pubblicità, di un premio ambito. Succede che il riconoscimento per una delle campagne venga ritirato non dai quattro creativi che l’hanno inventata, ma da uno solo: gli altri tre sono dimissionari, l’ex agenzia non vuole che abbiano un premio per un lavoro che pure hanno fatto e… manda un’altra persona. La vicenda viene raccontata dal presidente dell’ADCI. Che per questo fatto si becca subito una diffida dall’avvocato dell’ex agenzia. Se tutto ciò vi appassiona potete leggere le due (ad oggi) ulteriori puntate qui e qui. E c’è solo da sperare che tutto quanto si concluda alla luce del buonsenso, merce piuttosto rara al giorno d’oggi. La simmetria (inversa) di questa storia con la prima dovrebbe apparire chiara: via il riconoscimento all’ideatore dal prodotto dell’ingegno, via anche lo status di autore. Che è, a pensarci bene, l’unico vero patrimonio di chi fa un mestiere creativo. UNA MICROCONCLUSIONE: la creatività, l’ho scritto tante volte, è un fatto eminentemente sociale. Lo è sia perché si radica in un luogo, in un tempo, in un clima, in un contesto socioculturale, sia perché c’è davvero solo nel momento in cui qualcuno la riconosce e la valorizza: è la collettività a dichiarare utile, cioè appropriata, conveniente e fruttuosa in termini economici, estetici o etici un’idea o una teoria. O un prodotto, o qualsiasi altra espressione dell’ingegno. E ad assegnare a ciascuno, per questo, un valore. Insomma: la creatività è un gioco che nessuno può giocarsi tutto da solo. E nessuno può attribuirsi da solo lo status di creativo: deve lavorare bene e augurarsi che altri riconoscano l’originalità e la qualità di quanto ha fatto. Questo, fra l’altro, spiega almeno in parte l’importanza che tutti i premi, (dal Nobel a un complimento e una stretta di mano) rivestono per coloro che vogliono pensare a se stessi come autori. È qualcosa che viene ancora prima di “ehi, bravo, ce l’hai fatta”. È qualcosa che somiglia a “ehi, tu esisti! Sei un autore”.
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