teorie e pratiche della creatività

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UN FORMAT PER L’EXPO 2015 – 4 PUNTI PER COMINCIARE

Annamaria Testa

Primo punto: a che cosa serve un format.
“Format” sembra una parola magica capace di dare senso a qualsiasi cosa, e di far vendere qualsiasi cosa rendendola suggestiva e interessante. Una sovra-struttura seduttiva, insomma.
Non è vero. Anzi, è il contrario. Tecnicamente, un format è un sistema di regole chiare, dettagliate e coerenti che servono a strutturare in modo logico e comprensibile una narrazione complessa che impiega molti linguaggi e si svolge su molti piani. Può essere una storia piccola come un videoclip o grande come l’Expo. Grazie al format tutto si tiene. E l’ossatura, come la sintassi è l’ossatura del discorso. La sintassi non si vede, ma senza non si capisce niente. Il format è la stessa cosa. Poiché rende logica e comprensibile la narrazione, un format è anche una condizione perché questa si traduca, poi, in comunicazione. Ma il format nasce prima della comunicazione. È un fatto progettuale. Anzi: è il progetto che può dare un denominatore comune a tutti i progetti. Se non c’è un format, come diceva la mia nonna e giusto per usare una metafora alimentare, vegn foera un risott. Cioè una cosa che non ha forma, e sta insieme solo perché dotata di una sua intrinseca collosità.

Secondo punto: di che cosa è fatto un format.
E’ un sistema di regole, ordinate per livelli logici. Si procede dal tema della narrazione (nutrire il pianeta) e lo si sviluppa in una visione dsa proporre (come nutrirlo? E che cosa significa “nutrire”?) ai criteri di base. Per esempio: tutto quanto progettiamo, presentiamo, costruiamo deve essere sostenibile. O deve avere un certo grado di innovatività. O deve servire anche dopo. E così via.
E poi un format comprende i vincoli (economici, paesaggistici, logistici, temporali…) che vanno rispettati, a tutti i livelli di intervento. E poi obiettivi quantitativi (più facili da definire) e qualitativi (più difficili, ma ancora più importanti). E poi caratteri e azioni dei soggetti coinvolti. Ed elementi di identità e differenza. E risultati attesi, metodi di verifica e di fine tuning. E così via. Dettagliando coerentemente, fino alla comunicazione e ai codici espressivi e agli elementi di stile, che non sono fatti accessori ma il modo in cui contenuti molteplici si rendono riconoscibili e comprensibili anche a livello intuitivo ed emozionale.
Il format va scritto in modo chiaro e sintetico, in modo da risultare utilizzabile. I suoi contenuti devono essere ritenuti vincolanti in termini progettuali. Scriverlo non è né semplice né breve, ma facilita in modo sostanziale tutte le operazioni successive.
Leggendo documenti sull’Expo ho trovato alcune risposte date e alcune questioni aperte, ma mi è stato difficile rintracciare una struttura logica forte e dichiarata. Senza questa, temo, è difficile che una storia complessa come è l’Expo risulti leggibile e coerente nella sua molteplice unità. Per l’Expo sono state fatte molte proposte brillanti e suggestive, e molte altre se ne faranno. Ma quante di queste sono anche pertinenti? Ricordo che inventare – e anche inventare l’Expo - è prima di tutto scegliere, e saper creare connessioni. In assenza di un format è difficile prendere decisioni coerenti o orientarsi fra opzioni possibili. E può essere molto difficile garantire la necessaria trasparenza delle scelte.

Terzo punto: dalla logica nasce la visione.
Solo partendo da una struttura logica con solidi e chiari criteri condivisi è possibile progettare in maniera visionaria sia l’hardware (il dove) che il software (che cosa succede dove). E far si che progetti diversi su temi eterogenei (dallo sport al teatro, dal design alla promozione del turismo alla scienza…) vadano nella stessa direzione. Le formule e i temi già delineati nel Palinsesto delle attività sembrano ragionevoli oggi, e sembreranno, temo, vecchi per concetto e impostazione nel 2015. Per risultare contemporanei nel 2015 dobbiamo essere visionari oggi. Non credo che lo siamo abbastanza.

Quarto punto: il web è il mondo. Si sta pensando a un pubblico di 29 milioni di persone. E a usare il web per il recruiting dei volontari e, da quel che leggo, non molto altro.
Oggi, 2009, il web ha un miliardo di utenti. Nel 2015 le previsioni parlano di 2 miliardi. Ciò che non sarà sul web non esisterà “davvero”. Uno dei criteri di base del format dev’essere la massima esportabilità di quanto accade nell’Expo sul web e la massima presenza del web nell’Expo. La stessa progettazione dell’Expo dovrebbe procedere in parallelo nel mondo reale e sul web.
Cito due fra i mille vantaggi del prendere l’opzione-web seriamente da subito: possibilità di gestire e orientare flussi e logistica in tempo reale. Forte incentivo per i paesi partecipanti: restano online materiali a testimonianza oltre la fine dell’Expo, esportabili e riutilizzabili. E diventa possibile seguire e partecipare “da casa” all’attività del proprio paese, coinvolgendo l’intera popolazione. Solo attraverso il web L’Expo, e Milano, possono davvero occupare la ribalta mondiale.

Grazie.

Annamaria Testa – intervento agli Stati Generali dell’Expo – Milano, 16 luglio 2009
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